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il processo del lunedì

Un Palermo tutto cuore
Il pari soddisfa solo Mazzarri


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Stefano Sorrentino

Torna l'appuntamento con la rubrica di Benvenuto Caminiti, storica firma rosanero, che analizza la prestazione dei rosa contro l'Inter.

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PALERMO - Quando arrivano al “Barbera” le cosiddette strisciate, non si riempiono solo gli spalti ma anche tutta la tribuna stampa, che ieri rigurgitava, da destra a sinistra e in tutte le file di cui si compone, di inviati dai vari organi di stampa meneghini. Tutti con il loro bel distintivo nerazzurro all’occhiello, tutti con i pc aperti sulla pagina dell’Inter.

“Che bellezza, mi son detto, appena mi accomodo nella mia postazione. Mi son guardato da una parte e dall’altra – un raid visivo a 360 gradi - e ho visto solo facce… interiste: mi si è rimpicciolito il cuore, di per sé tremebondo, dovendo affrontare un autentico squadrone, 23 giocatori di alto lignaggio, i dodici di rincalzo da soli sufficienti a far tremare le vene dei polsi, visto che fra questi c’erano gli Hernanes, i Jonathan, i Palacio, gli M’Vila, campioni o giù di lì che nel Palermo giocherebbero titolari... a vita. Impietrito per almeno dieci minuti, sono rimasto a rimuginare sul bieco destino che, nelle partite più ardue, mi riserva sempre un posto privilegiato: solo, soletto, alla mercè del "nemico". Scherzo, naturalmente, o quanto meno dilato oltre misura sensazioni ed emozioni, che mi fan compagnia senza mai un attimo di respiro quando in campo c’è il Palermo. Impietrito come pare tutto lo stadio, che a venti minuti dall’inizio tace misteriosamente: non si ode un sospiro, non si vede un vessillo. La curva Nord c’è, altro che se c’è, ma è solo un agglomerato inerte, che non respira quasi pur di non turbare il silenzio di una sera di tarda estate, calda, umida e appiccicaticcia. “Non hanno neanche la forza di cantare”, penso ma, subito dopo me ne vergogno perché dentro di me aggiungo: “Non è possibile, staranno solo preparando al dettaglio tutta la scenografia per la partita”. E così è, infatti, perché passano pochi minuti e lentamente si vedono sbocciare, come fiori in un prato, le bandiere rosanero; si sentono i canti della vittoria: “Ro-sa-ne-ro Alè! Alè! Alè!”, si sente e si respira finalmente la struggente atmosfera delle grandi serate, quelle che, si vinca o si perda, non si dimenticano facilmente. C’è l’Inter, che non ha ancora subito un gol. L’Inter che è una nuova realtà del campionato perché a far girare la sua ruota ora c’è Tohir, che viene da lontano ed è fermamente intenzionato a riportare lo stellone nerazzurro ai livelli dell’ultima Inter vincente, quella del triplete di Mourinho.

C’è l’Inter che, a leggerne l’undici ieri schierato in campo da Mazzarri, fa venire la pelle d’oca; c’è l’Inter che viene dalla bella e franca vittoria in Europa League; c’è l’Inter che non ha nascosto per niente le sue velleità non solo di vincere ma perfino di stravincere contro il povero, e finora mai fortunato, Palermo. E c’è – a coronamento di un pre-partita per me a dir poco elettrico – una tribuna stampa letteralmente invasa dai cronisti ospiti. Mastico amaro e mi accingo ad un vero tour de force, mentre una domanda, una sola ma puntuta come un chiodo, mi trapana la testa: “Ce la farò a reggere per novanta minuti tutto questo?”. Sto ancora tremando quando inizia la partita e subito - scocca appena il terzo minuto di gioco – Vidic, lo scultoreo centrale dell’Inter, deve aver percepito l’”ingiustizia” della mia situazione personale e, per trarmi fuori dall’inghippo, si inventa un retropassaggio al suo portiere che, invece, è un assist delizioso per Vazquez, che gli ruba la scena (e la palla) e scocca un sinistro sotto l’incrocio dei pali: nulla da fare per il pur bravo Handanovic. 1-0 per il Palermo.

In un istante mi libero da ogni freno inibitorio e scatto su come una molla, braccia protese in alto, verso il cielo plumbeo, ad urlare come un ossesso: “Goool”. D’intorno intravedo sguardi persi, tutti a capo chino sui pc a raccontare com’è successo che il Palermo è subito passato in vantaggio e sono sicuro che non hanno trovato facilmente le parole giuste. Lo stadio, tutto intero, da una curva all’altra, è una bolgia; l’urlo che lo attraversa da parte a parte mi riscalda il cuore e tutte le paure della vigilia vanno a farsi benedire. Perché così è il tifo: una passione smisurata che non ha regole, che non ha misure, che non ha mai voglia di fermarsi. Mai, neanche davanti all’evidenza: l’unico dogma è amare la propria squadra come una fede, senza tanto ragionarci su.

Ed è quello che fa – mirabilmente – la curva Nord, superiore ed inferiore, che con il suo impeto, i suoi canti, i suoi cori ammalianti entra in campo anch’essa e si infila nell’anima di ogni giocatore rosanero, dal più umile al più illustre. Così, al 5’, vediamo il redivivo Morganella - che torna in campo dopo mesi e mesi, in una partita vera - scatenarsi sulla fascia; sembra disporre di un motorino al posto delle gambe perché travolge nella corsa il pur veloce Nagatomo e manda al centro non il solito cross alla Morganella ma un passaggio rasoterra nel cuore dell’area: sembra un invito al gol, ma è più lesto Ranocchia, che anticipa d’un soffio Dybala. Ah, Dybala. A proposito, ecco un altro redivivo, ecco un altro che sembrava perso fino all’avvento di Iachini ed invece scopriamo un giocatore vero, agile, funambolico, tecnicamente delizioso, che, in coppia con Vazquez – ieri il migliore dei 28 schierati in campo da entrambe le squadre – rappresenta gran parte delle speranze rosanero di approdo il più presto possibile ai famosi 40 punti, necessari per la salvezza. E l’Inter? Ha accusato il colpo, gli tremano le gambe ma è sempre l’Inter e in panchina fa il diavolo a quattro, come suole, mister Mazzarri. Pilotata dal giovanissimo e talentuosissimo Kovacic, l’Inter si ridesta all’improvviso e al 42’, mentre impazza ancora il tifo rosanero sugli spalti, fa uno-due con Osvaldo e, appena fuori dall’area di rigore, complice un tocco maldestro di Feddal, si ritrova il pallone sul suo magico destro, col quale scocca un rasoterra chirurgico alla sinistra di Sorrentino: 1-1 e finisce il primo tempo.

Nell’intervallo scorgo d’intorno facce più serene, ticchettii sulle tastiere più frenetici: il tifo, anche quello paludato dei cronisti, si svela anche così. Io, invece, pur confortato dalla prova dei rosanero, mi sento di nuovo ospite indesiderato in territorio straniero e guardo tutti in cagnesco. Anche perché l’Inter comincia la ripresa a spron battuto e invoco, assieme a tutto lo stadio, Belotti in campo, per evitare di farci schiacciare nella nostra area. Se ne rende conto anche il solitamente cauto Iachini che, già al 20’, sostituisce Bolzoni con lo scalpitante Belotti e l’applauso che arriva dagli spalti è un boato di liberazione. E la partita cambia: Belotti azzanna subito il portatore di palla nerazzurro sin dalla sua area e si rivede il Palermo pimpante del primo tempo, col solito impagabile Vazquez che al 27’ timbra col suo magico sinistro una clamorosa traversa, a portiere interista ormai battuto. Poi raccoglie al volo un cross che pare una fucilata del bravo Morganella e sarebbe stata un’autentica prodezza trasformarlo in gol: la palla sfila alla sinistra di Handanovic.

Il finale è avvincente come un thriller: prima segna Belotti con un’azione possente e caparbia delle sue, ma Valeri annulla per presunto fallo su Nagatomo, poi, all’ultimo secondo del recupero, su cross di Guarin, si avventa Osvaldo e colpisce di testa. Un sussulto mi prende d’infilata, sembra gol, ma così non è per Sorrentino, che si fa perdonare con un intervento strepitoso, la papera di Verona. Vola da un palo all’altro e devia sopra la traversa. Finisce 1-1 e, da come ne parla alla fine Mazzarri – che non è mai stato incline ai complimenti all’avversario, ma stavolta ne spende in abbondanza – deduco che del pareggio è più contento lui che Iachini.