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La scelta del mister

Corini, una vita da Capitano
Almeno lui c'è


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Eugenio resta al suo posto. E dobbiamo essergli grati.


PALERMO - Il Capitano coraggioso non lascia la nave in mezzo alla tempesta. Eugenio Corini resta a Palermo, perché così si fa ed è una pepita di dignità dentro una vicenda di infinito squallore. Sarebbe stato molto più teatrale e gratificante sbattere la porta, inchinarsi e ricevere l'applauso del pubblico, stufo di Zamparini che forse esonererà lo stesso il suo mister, dando un ulteriore colpo di piccone a uno scempio. Invece, il valore pretende che si rimanga sulla tolda, all'acqua e al vento, a mangiare il pane duro di giorni grami, spezzandolo e condividendolo con chi combatte la stessa battaglia che non è più per la serie A, ma per la decenza.

Cosa altro c'è da salvare, se non appunto la decenza, al cospetto di un patron che fu grande, ma che ha deciso di gettare la gratitudine che gli dobbiamo nel pozzo nero delle promesse non mantenute? Il problema non è la retrocessione, piuttosto la presa in giro, la beffa, il coro stonato e dissennato che sta accompagnando la discesa all'inferno di una squadra che, fino all'altroieri, metteva in circolo sogni. Forse questo è il destino amaro di Palermo, in tutte le sue strade: il risveglio più atroce che c'è.

Ora, almeno, sappiamo che possiamo contare su Eugenio che rimane al suo posto, non per soldi, ma per passione. Uno che narrava di sé in una indimenticabile intervista a Gianni Mura: “I primi anni stavamo in una cascina fuori paese, col cesso in cortile. Quando ho smesso di studiare c'era da dare una mano, così mi alzavo tre volte la settimana alle 4,30 e scaricavo casse di verdura al mercato di Brescia. Un lavoraccio. Poi ho fatto l'aiuto-imbianchino e mi sentivo un signore, rispetto a prima. E lavoravo che ero già inserito nel Brescia".

Per forza, poi, diventi quello che corre di più e che non molla mai. E costruisci quello che hai e quello che sei: una vita da Capitano.

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