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70 anni di Calcio Catania
Storia di acciacchi e vittorie


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Oggi le celebrazioni per l'anniversario della fondazione del club etneo.

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CATANIA - Settant’anni e sentirli tutti. Sì, perché la storia ha un peso, compresa quella sportiva. Stavolta il Calcio Catania fa cifra tonda. Sono passati infatti 14 lustri da quando è nato, anzi rinato, il club rossoazzurro. Non proprio ieri, a dirla tutta. L’atto di nascita della nuova società sportiva è firmato alle ore 21 del 24 settembre del 1946, precisamente al numero 8 di via Costarelli. Lì c’è la seconda entrata del Palazzo Toscano, di fatto un vicolo tra la piazza Stesicoro e la via Etnea. Sullo stipite del portone fa capolino, oggi, una scritta timidissima cha accenna a un “Forza Catania”. Chi l’ha realizzata probabilmente non era a conoscenza di quanto avvenuto lì dentro tanto tempo fa. Altrimenti l’avrebbe fatta più grande o avrebbe scolpito seduta stante una lapide di marmo.

Questioni di storia, chiaramente. Ma non tutti hanno avuto il tempo di studiarla. Lo si capisce ripensando agli anni Novanta, quando la città era divisa tra gli atletisti di Massimo Proto, i cosiddetti ‘ribattuti’, e i ’46 leali ad Angelo Massimino, la cui morte peraltro risale a vent’anni fa. Quella data valeva quanto un marchio di fabbrica, per alcuni. Un numero da difendere coi denti, a cui aggrapparsi disperatamente, soprattutto dopo il tentativo di radiazione ordito dal presidente Fcgi, Antonio Matarrese. In realtà, prima della crisi del ’93, nessuno aveva mai associato l’identità rossoazzurra a quell’anno. E non solo perché non ce ne fosse stato affatto bisogno, avendo avuto Catania, fino ad allora, un solo club calcistico al vertice da tifare. Ma anche perché, per i più anziani, il Catania era grosso modo lo stesso dal 27 giugno 1929 in poi.

Mister Géza Kertész, il cosiddetto “Schindler del Catania”, è uno dei più alti esempi di umanità legati a quella stagione in bianco e nero. Poi arriverà la guerra, i morti e qualche regolamento di conti. Nel 1943 sbarcano gli Alleati e ogni traccia del passato Ventennio subito estirpata. Così, anche l’Associazione Fascista Calcio Catania, società partecipata dal Regime, è epurata. Sciolta d’ufficio. Cancellata. Oltre le macerie e i lutti, la città dell’elefante è condannata a vivere senza pallone. Una vacatio durata tre anni, condita da tentativi per lo più velleitari di arrangiare un undici alla buona. Dalle ceneri della AfcC, nascono infatti quattro club, ma tutti privi di risorse e progetti.

Un triennio di anarchia calcistica, quindi. Solo il marasma del ’93-’96 può valere come accostamento. Da quello stato di confusione, il calcio catanese ne uscirà grazie all’iniziativa del presidente provinciale del Coni, Gianni Naso. Una figura eccezionale, probabilmente il più grande appassionato di sport che sia mai nato sotto il Vulcano. Di recente, il giornalista Roberto Quartarone ha rievocato per Paesi Etnei Oggi il personaggio. Aveva fondato tutto, Naso. Team di pallacanestro, scherma, atletica leggera, ciclismo, sci, nuoto e pattinaggio.

Settant’anni fa esatti aggiunge il calcio alla sua collezione amatoriale. Ci pensa infatti lui a far sedere allo stesso tavolo una cordata che vuole riallacciare i nodi della storia rossoazzura. In via Costarelli ci sono Angelo Vasta, braccio destro del commissario Vespasiano Trigona duca di Misterbianco, mente della squadra che ha conquistato la prima Serie B. Ci sono il primo presidente del “CCC” Santi Manganaro-Passanisi, il giornalista Giulio Sterlini, Sebastiano Porto, Vincenzo Mannino, Giuseppe De Cicco, Andrea Romano, Antonino Maugeri e Giuseppe Avola. Lo scudetto è una testa di elefante su campo rossoazzurro, lo stadio è il Cibali, mentre Vespasiano Trigona è eletto presidente onorario. Si riparte così dalla Serie C Sud girone C: più o meno dalle stesse lande in cui milita oggi il Catania. Ma senza una classifica algebrica da risalire con la cenere in testa.

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