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il ritratto

È il Palermo di capitan Sorrentino
Vero leader in un momento difficile


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Con Ballardini un comportamento fuori dalle righe, ma che ha palesato interesse per la causa. Quanto basta per entrare definitivamente nel cuore dei tifosi. Contratto: rimane da capire cosa accadrà, comunque vada Stefano ha già vinto.

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PALERMO – Sorrentino personaggio carismatico. Guida in campo, capitano capace di farsi sentire anche fuori, punto di riferimento. Identikit valido tanto per papà Roberto quanto per l’erede Stefano. L’uno idolo della Catania calcistica rappresentata in giro per l’Italia dal presidente Massimino, l’altro faro di uno dei più travagliati Palermo della gestione Zamparini, costretto a fare a spallate con realtà inedite per mantenere la poltrona nel parlamento delle grandi dello Stivale. Portieri. Uomini di tempra, sanguigni, con una predisposizione alla leadership. Fatta di scelte coraggiose. Di uscite che per una questione di sfumature possono risultare efficaci oppure a vuoto. Comunque cariche di determinazione. In ogni caso, per la Sicilia, il cognome Sorrentino si conferma sinonimo di garanzia. Buon sangue non mente, volendosi affidare a un noto proverbio.

Le cronache quotidiane focalizzano l’attenzione su Stefano, nato a Cava de’ Tirreni, emigrato prima in Grecia e poi in Spagna, eppure torinese convinto per scelte familiari. Giunto a Palermo nel 2013: il momento è delicato, la nave rosanero cambia nocchiero a domeniche alterne, prima di precipitare nell’abisso cadetto. Con quel disimpegno errato in un Palermo-Bologna che finirà per pesare sull’esito di una stagione maledetta. Mestamente, lo stendardo con l’aquila viene allontanato dal red carpet della Serie A. La B è ben altra cosa rispetto al decennio precedente, occorre riproporsi con umiltà. Stefano qualche perplessità ce l’ha, gli anni passano per tutti e l’eventualità di non tornare tra i grandi lo induce a riflettere. Poi rimane, garantendo il proprio contributo all’impresa che profuma di riscatto per chi c’era un anno prima e adesso si gode la festa a suon di record. La vita, a volte, ti restituisce.

Iachini in panchina, Sorrentino in porta, il Chiqui Muñoz subito innanzi, Barreto in mezzo, Vazquez-Dybala lì davanti. Quanta diffidenza. Il primo è un allenatore da cadetteria, il secondo può anche partire, l’ex Boca non dà garanzie, il paraguayano non è l’uomo giusto, quei due avranno anche fatto vedere qualcosa in primavera ma se in precedenza non avevano convinto un motivo ci dovrà pur essere. Stefano viene tolto dal mercato al fotofinish dopo lo 0-3 interno in Coppa Italia col Modena e i fischi sonori del “Barbera”, gli altri si ergono a protagonisti e il Palermo comincia a volare. La solita storia: brocchi tramutati in eroi, obiettivi che potrebbero cambiare in corso d’opera con uno sforzo in più, poi le prime difficoltà. Ci sono due rinnovi che non scattano: Muñoz sveste il rosanero, Barreto perde i gradi di capitano e credibilità. Andrà alla Sampdoria. Ancora una volta, la maledizione della fascia. A fine stagione lascia anche Dybala, ma da star.

Si riparte da tre certezze: Iachini, Sorrentino e Vazquez. Dopo una rapida investitura nelle battute conclusive della stagione precedente, Stefano si carica la squadra sulle spalle e mostra il carattere di chi leader voleva e doveva diventarlo. Il mercato risulterà gramo di gioie, con l’oramai canonica imbarcata di ragazzi e una vecchia volpe: Alberto Gilardino, accolto all’aeroporto dal capitano. Gesto plateale ma non certo scevro di significato. Seguiranno tre mesi carichi di tensione: a rimetterci è Iachini, esonerato dopo la vittoria ai danni del Chievo. La quarta in campionato, tutte per 1-0 e con Sorrentino indiscusso protagonista. Arriva Ballardini e fa fuori quattro compagni. Stefano ci mette la faccia e invita a guardare al bene supremo: la salvezza. Si vince col Frosinone. Poi due sconfitte. Un esonero non esecutivo e una vigilia di fuoco: a Verona in palio ci sono carattere, credibilità e tre punti che ne valgono sei.

Ballardini commette un errore imperdonabile: considera gli italiani franchi tiratori, deve pagare Sorrentino. Da esonerando, decide di mettere fuori il capitano. Che reagisce da leader: chiarezza di pensiero, a difesa dell’identità del gruppo. Magari scarso, ma moralmente integro. La squadra potrebbe andare allo sbaraglio. E invece si stringe intorno alla propria icona carismatica. Scende in campo e vince, con gli interventi del portiere ancora una volta decisivi. I fatti legittimano le parole spese negli spogliatoi del “Bentegodi”, oramai note. Il comportamento sarà stato anche fuori dalle righe, ma ha palesato interesse per la causa. Quanto basta per entrare definitivamente nel cuore dei tifosi. Rimane da capire cosa accadrà nei prossimi mesi: c’è un contratto in scadenza. Il sinistro presagio che la fascia possa risultare ancora una volta maledetta si percepisce nell’aria. Comunque vada, Stefano ha già vinto. Degno figlio di suo padre.

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