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il processo ai rosanero

Il "Palermo 2" non si ferma
e rispetta la tabella di marcia


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Dodicesima vittoria esterna, battuto il record del Chievo di qualche anno fa. Come aveva assicurato Iachini, il Palermo finirà di giocare soltanto al novantesimo minuto dell’ultima partita.

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PALERMO - Il Palermo dei record non si ferma più, va avanti come un carro armato, travolgendo tutti gli avversari che trova davanti a sè: ieri è stata la volta della squadra più in forma del momento, quel Cittadella che delle ultime sei partite ne aveva vinte cinque e l’altra l’aveva pareggiata. E il quel delizioso giardino “pensile” che è il suo stadio, il Tombolato, progettato e realizzato come solo al Nord si riesce a fare, la compagine granata si è presentata con fiero cipiglio, come volesse far un sol boccone della prima della classe: tutti a pressare senza tregua, tutti a correre senza fermarsi mai, tutti a schiumare rabbia come belve. E con una marcatura ad uomo, roba d’altri tempi, che si pensava ormai … caduta in prescrizione e che, invece, Foscarini, ha riesumato dalle polveri del passato per tentare di spegnere sul nascere la fonte principale del gioco rosanero: Vasquez. E sull’argentino, infatti, ha piazzato sin dal primo minuto (ma sospetto anche pure prima, sin dagli scalini che conducono dallo spogliatoio al terreno di gioco) l’ex di turno Nicola Rigoni, che ha preso alla lettera gli ordini ricevuti, picchiando scientificamente il nostro genietto, senza che l’arbitro, un certo La Penna, usasse mai la penna per annotare sul suo taccuino il suo nome fra gli ammoniti.

Insomma, un inizio a ferro e fuoco per il Palermo, versione numero due: cinque innesti rispetto alla partita di sabato scorso, quella pareggiata con il Lanciano. Dentro, dunque, Ujkani, Milanovic, Ngoyi, Vitiello e Belotti; fuori, Sorrentino, Munoz, Terzi, Barreto e Dybala. In pratica, un altro Palermo, dal quale ci si poteva aspettare di tutto ed in effetti così è stato, perché il calcio è un gioco d’insieme, è come un’orchestra nella quale tutti gli strumenti che la compongono devono suonare all’unisono, legati da un filo comune: l’armonia. E il Palermo nei primi venti minuti ha dato l’impressione di tutto tranne che di essere una squadra; ognuno faceva da sé, l’armonia fra i reparti era solo un desiderio e Vazquez era francobollato ferocemente dal biondo, ringhioso Rigoni, che gli mordeva le caviglie, calci e calcioni e, se non bastava, anche mani sulla maglietta e sui pantaloncini, come a dire: “Dove vuoi andare, da qui non si passa!”. Così il Palermo d’inizio partita sembrava … il Cittadella, cioè la squadra che doveva salvarsi e, viceversa, il Cittadella sembrava la squadra leader del campionato. Esagero? Può darsi, ma mica tanto, visto che tra il 6’ e il 18’ ci sono state quattro azioni arrembanti del Cittadella, due calci di punizione pericolosi di Surraco, l’ammonizione di Bolzoni e un quasi gol di Djuric, evitato solo perché Ujkani gli è uscito incontro alla disperata, obbligandolo ad anticipare la conclusione, finita appena alta sulla traversa.

Nel frattempo, La Penna aveva fischiato solo punizioni per il Cittadella, mai una volta a favore del Palermo, tant’è che quando è successo ho dovuto prenderne nota, come di una notizia importante. Naturalmente si trattava di un fallo di Rigoni su Vazquez, che, fino ad allora, era sembrato non solo frenato fisicamente dall’ardore del suo marcatore, ma anche mentalmente, visto che non gli riusciva quasi nulla del suo ricco repertorio di finte, dribbling e veroniche. Non un assist decente, non una “pensata” delle sue, quelle che lasciano di sale non solo l’avversario ma perfino chi sta a guardarlo dagli spalti. Ma lì, proprio lì, da quella punizione per fallo su Vazquez è cominciata la partita del Palermo; hanno cominciato a funzionare le fasce, da una parte il bistrattato Pisano che, invece, continua a guadagnarsi la pagnotta e pure di più, e dall’altra Lazaar, che sembra un treno, anzi una littorina, perché quando parte ha tale potenza e velocità nelle gambe che l’avversario può solo stare a guardare. O stenderlo.

Al 27’ Lazaar effettua un cross radente e a filo d’erba e Vazquez, pur lento come tutti dicono, anticipa con un guizzo l’avversario e colpisce al volo da due passi: sembra gol, ma Di Gennaro, portiere granata di scuola juventina, con un balzo felino (puro istinto senza il quale un portiere non è un portiere) devia sopra la traversa. Sul corner che ne deriva, battuto da Vazquez, si avventa dalle retrovie Milanovic in plastica rovesciata ed anche questo sembra gol, ma anche stavolta d’istinto, vola Di Gennaro e smanaccia in angolo. Al 31’ Vazquez ha un’accelerazione delle sue (sì, ho detto bene: accelerazione, checché ne pensino tutti quelli, e sono la stragrande maggioranza, che sostengono che è troppo lento per giocare in serie A) e spalanca la porta davanti ai due bomber rosa: Hernandez e Belotti, che si avventano all’unisono su quel pallone, quasi si scontrano e – incredibile ma vero – lo colpiscono entrambi. Ne vien fuori un tiro sbilenco, che però sta per ingannare il prode Di Gennaro, che si butta ma è in ritardo. La palla sfiora il palo… ed anche questo sembrava gol.

Finisce qui il primo tempo e si capisce ormai che in campo, nel secondo, ci sarà solo il Palermo, anche se è il “Palermo 2”, il cosiddetto Palermo dei rincalzi, degli Ujkani, degli Ngoyi, dei Milanovic, perché, titolari o riserve, Iachini non li ha mai trascurati, li ha fatti sentire tutti importanti per l’obiettivo finale: la promozione in serie A. E ieri ne abbiamo avuto la conferma: da Ngoyi, per il primo gol e da Milanovic per il secondo, sono venuti gli assist decisivi: all’11’, il francese – autore di un’ottima prova nel ruolo di play maker – lancia in verticale verso la fascia. E’ un pallone difficile, che spiove dall’alto, a metà strada fra la fascia e l’area piccola, difesa da qual drago di Di Gennaro. Vi si avventa con tutta la sua strapotenza fisica Pisano, che salta più in alto di tutti e incoccia quel pallone di fronte piena, dandogli però una traiettoria a spiovere, che inganna Di Gennaro e va a morire appena sotto la traversa. E’ il vantaggio del Palermo, sul quale poi Iachini lavora da par suo, ringhiando come suole perché la squadra non arretri, anzi diventi ancora più aggressiva e non lasci all’avversario neanche la minima possibilità di contrattaccare. E’ il Palermo a dominare la scena e a sfiorare ancora il gol prima con Hernandez e poi con Barreto, subentrato a Bolzoni al 12’ della ripresa. Il Cittadella non si dà per vinto, Foscarini inserisce Piscitella per Busellato e Donnarumma per Coralli; insomma, prova a rimpolpare il suo attacco, ma a comandare il gioco, con la sua inventiva, è sempre Vazquez. Allora Foscarini prova con Di Donato, l’altro ex, quello vero diciamo così, della partita. Daniele è uno di noi, lo sappiamo bene, ma è anche un professionista e in campo un professionista fa solo il suo dovere. E lui lo fa, altro che se lo fa, tant’è vero che è il primo ammonito del Cittadella ed è il 33’ del secondo tempo e, ad occhio e croce, il 33mo fallo che subisce Vazquez. Daniele si scusa ma un attimo dopo si ripete: altro fallo, stavolta su Belotti. Ma quando il risultato sembra inchiodato su quell’esile vantaggio del gol di Pisano ecco che riluce, improvvisa e abbagliante, la classe di Hernandez, fino ad allora pieno di voglia e poco altro: riceve, spalle alla porta, un pallone che arriva da una punizione calciata da Milanovic. L’uruguagio ha l’avversario incollato alle spalle, come sempre, ma stavolta lui ha quel lampo di genio che arride ai giocatori di talento, stoppa la palla con il ginocchio, spostandosela verso il piede mancino, che è quello preferito e girandosi di scatto la calcia al volo. Ne vien fuori un tiro micidiale che si spegne al’incrocio dei pali difesi dal bravo Di Gennaro, impietrito davanti a tanta bellezza. E’ il 44’ e la partita finisce lì. 2-0 per il Palermo, dodicesima vittoria esterna, record del Chievo di qualche anno fa battuto. Insomma, come aveva assicurato Iachini, il Palermo finirà di giocare come lui vuole, anzi pretende, solo al 90’ dell’ultima partita in calendario. Non un minuto prima.

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