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Il processo ai rosanero

Che peccato gli spalti vuoti...
Città ferita dalla restrocessione


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Dopo la vittoria esterna a Padova solo 6502 paganti per vedere il Palermo di Gattuso contro il Cesena. Brucia ancora la ferita della retrocessione in serie B.


, Sport, Palermo
PALERMO - Ieri sera sono tornato allo stadio per la prima volta in questa stagione, l'ultima era stata dopo quella disgraziata sconfitta casalinga con l’Udinese dell’ex più rimpianto degli ultimi vent’anni: Guidolin. Giocammo una partita gagliarda, l’ultima chance di salvezza rimastaci e per ottantatrè minuti coltivammo la speranza di farcela, tutti uniti, tutti insieme, più di ventimila, per sospingere i nostri ragazzi verso la vittoria. Invece…Invece Benatia, giusto all’ 83', su azione da corner, in piena mischia sganciò la stoccata vincente e si spense in un attimo l’ultimo soffio di vita di una squadra, per la verità in coma profondo dall’inizio del campionato.

Ma ieri sono tornato e il cuore mi batteva a mille, ma non potevo, non volevo mancare: se sogniamo il Palermo di nuovo in serie A, non possiamo guardar tanto per il sottile, ma esserci. Esserci tutti. E mi aspettavo, infatti, di trovare lo stadio se non gremito, come con la Nazionale appena una settimana fa, almeno stracolmo nelle due curve. E non è stato bello vederlo, invece, mezzo vuoto, con ampi buchi perfino là dove pulsa più forte, da sempre, il tifo rosanero: in curva Nord, che ai miei tempi - ed erano tempi grami, tempi di serie B, quando andava bene, se non di serie C ed anche peggio - era una santabarbara di cori, di canti, di passione straripante. Si stava tutti in piedi, non esistevano che i gradoni, ma guai a chi si arrischiava di sedersi, anche solo per un momento. Quello era il tifo rosanero! Che non esiste più e lo dico col cuore a pezzi, perché mi rifiuto di crederci e voglio ancora sperare in un rigurgito di passione e di fede, che restituisca allo stadio la “vita” di una volta. Ma non sto qui a stigmatizzare niente e nessuno, sto solo a registrare fatti e sentimenti e i fatti dicono che ieri per una partita delicata, che può segnare l’avvio della nuova era rosanero, c’erano solo undicimila spettatori, la metà dei quali “obbligata” (inteso nel senso migliore del termine) perché abbonata e gli altri paganti. Solo 6502 paganti per vedere il Palermo di Gattuso, dopo la sonante vittoria di Padova! E di uno scempio simile non addito a colpevole nessuno, se non chi lo è nei fatti, ovvero presidente e dirigenti che nella stagione scorsa hanno davvero fatto il peggio possibile e non sto qui a rifare l’elenco dei loro errori. Dico solo, perché è mio dovere di tifoso, di palermitano e di cronista, di mettere il punto e non recitare più parti che non stanno in piedi, qualunque sia la prospettiva scelta per trarre le dovute conclusioni.

Ma ora comincia una nuova stagione e Perinetti si è dato un gran da fare, con la capacità, la solerzia, l’impegno e l’onestà intellettuale  che tutti gli riconosciamo. Ha messo insieme un Palermo forte e “coperto” in ogni reparto e alla fine ha anche resistito - insieme al presidente, è ovvio -  alla tentazione di cedere gli unici due incedibili rimasti nella lista:  Sorrentino e Hernandez.  Ecco perché ieri mi aspettavo di trovare lo stadio “allegro” e invece l’ho trovato triste, perché lo stadio vuoto - qualsiasi stadio, ma il tuo in particolare - se non rigurgita di passione - è triste, sembra un bambino che piange, che cerca, senza trovarlo, l’amico col quale giocare e divertirsi. Ecco, appena entrato allo stadio, dove di solito mi si allarga il cuore e il respiro si fa più forte e veloce, ieri mi son sentito gelare: non si vedeva nello sfondo neanche Monte Pelllegrino, eppure la gradinata era semivuota e di solito lo vedi imperioso spuntare dietro l’angolo che fa con la curva Nord. Poi è cominciata la partita e mi sono subito rincuorato perché il tifo c’era, altro che se c’era: sempre lì, annidato nel cuore dell’anello superiore della curva Nord, un manipolo che si riduce di anno in anno, ma solo di numero perché nei cori e nei canti sembra sempre lo stesso: un uragano di passione capace di far resuscitare i morti. Davvero impagabili quei cento, duecento (esagero?) che hanno tifato per novantaquattro minuti, senza un attimo di respiro. E che, al gol di De Feudis, determinato dal solito erroraccio difensivo, hanno ripreso lena, anzi che deprimersi e ridato energia alla truppa rosanero, che aveva spinto sì verso la porta avversaria ma senza genio, senza fantasia, senza la dovuta rabbia agonistica. Così quello svantaggio, seppur immeritato per la modestia dell’avversario , non era per nulla sorprendente: se non tiri in porta, se non cingi d’assedio la difesa avversaria, se non la obblighi a salvataggi estremi, è arduo pensare di far gol e vincere la partite. Eppure in panchina  - lo osservavo bene - Gattuso era quel che tutti conosciamo: una pila elettrica, come se gli mancasse solo di scendere lui in campo e mostrare ai suoi ragazzi “ come si fa”. E lui,  in effetti, una scossa ulteriore se l’è data e ha messo dentro – era ora – Lafferty, l’ariete e ci ha pensato pure troppo; ha avuto bisogno di vedersi bruciare la panchina sotto le terga per innestare il nord irlandese, che in una decina di minuti dalla sua entrata in campo, prima ha mirabilmente scoccato la punizione dell’1-1, poi ha provocato il fallo da rigore, che ci ha regalato (il termine è davvero quello giusto!) la vittoria e i tre preziosissimi punti. Tutto bene, dunque, quel che finisce bene? Neanche per sogno! La squadra è tutta da assemblare, siamo alla quarta di campionato e ancora Gattuso si dibatte tra dubbi e opzioni opposti: da una parte il suo modulo prediletto (chissà poi perché?)  4-2-3-1, dall’altra il più razionale e pratico 4-3-1-2, con Lafferty che affianca Hernandez e gli restituisce con la sua fisicità gli spazi che predilige per volare verso la rete avversaria. Il cammino è appena all’inizio, ma non si può perdere ancora tempo ed occasioni per farci vedere finalmente qual è il vero Palermo, perché mi rifiuto di credere che sia quello dei primi sessanta minuti, fatti di titic-titoc e poco altro, con fraseggi orizzontali che non fanno che il solletico alla squadra che si ha di fronte, di qualsiasi caratura essa sia. E, per nostra fortuna, quella del Cesena non è granché, giochicchia ordinato e ben disposto specialmente a centrocampo, ma qualità in giro se ne vede poca e così Sorrentino deve sbrigare solo l’ordinaria amministrazione, se no gli finiva come con l’Empoli che, invece, lì davanti aveva due marpioni come Tavano e Maccarone.

Aggiustiamo dunque il tiro, caro Gattuso: guardiamo il calcio per quel che è, cioè il gioco più bello e semplice del mondo. Non complichiamolo con idee strambe e per forza originali, anche perché di originale nel calcio ormai non c’è più nulla. Se abbiamo trattenuto Hernandez, è bene sostenerlo con una guardia del corpo come Lafferty, se abbiamo preso un esterno rapido e forte come Daprelà, diamogli spazio e non releghiamolo in panchina. Se Stevanovic è un attaccante, sia pure esterno e non un centrocampista, e ti serve quest’ultimo, perché non dare un’occasione vera anche a Troianiello? E, infine, “Ringhio” caro, frena i tuoi ardori e lascia stare gli arbitri: come sbagli tu, possono sbagliare anche loro.

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