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Il processo ai rosanero

Il Palermo è tornato
Ora serve la continuità


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Palermo finalmente determinato, compatto e chirurgicamente spietato: cinque occasioni da gol, tre reti: senza discussioni. E il Padova tutto a cercare scuse laddove sarebbe stato più dignitoso ammettere la superiorità dell’avversario.


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PALERMO - “Quello non era rigore!... Non meritavamo di perdere!”. “Il Palermo non ha bisogno dei favori dell’arbitro!”. Parole al novantesimo del difensore del Padova, palermitano di nascita, Armando Perna e dell'amministratore delegato patavino Andrea Valentini. Alla fine, dopo una sconfitta, dicono tutti le stesse cose, i buoni e i cattivi, i saggi e gli sprovveduti: cercano scuse, per lo più amene e spesso patetiche. E la verità, quasi sempre, viene palesemente camuffata se non calpestata.

Così è stato anche a Padova, dopo il 3-0 subito dai bianco scudati ad opera di un Palermo finalmente determinato, compatto e chirurgicamente spietato: cinque occasioni da gol, tre reti: senza discussioni. E il Padova tutto a cercare scuse laddove sarebbe stato più dignitoso ammettere la superiorità dell’avversario. Eppure era ancora una volta un Palermo rimaneggiato, se non addirittura raffazzonato, un po’ per infortuni e squalifiche (Ngoyi e Daprelà, per non parlare del lungodegente Barreto, in extremis portato in panchina) molto per le defezioni dovute alle convocazioni nelle varie nazionali dei vari Lafferty e Ujkani: e, a rincarar la dose dei timori e delle paure, l’aver di fronte un avversario rabbioso ed affamato di punti per le tre sconfitte di fila e l’ultimo posto in classifica. Insomma, una vigilia che più delicata e tesa non poteva essere, pensando anche al diktat del presidente a Gattuso, lanciato urbi et orbi (e non nel chiuso dello spogliatoio, come sarebbe stato più … umano) subito dopo la sconfitta interna con l’Empoli: “Se perde anche a Padova, Gattuso salta!”.

E a Padova, invece, dopo un’intera stagione fatta solo di fegato marcio, sconfitte ed umiliazioni, il Palermo è tornato il Palermo, quello delle bellissime otto stagioni precedenti, quando ci facevamo onore dovunque, al “Barbera” e anche in trasferta, andando a vincere tre volte di seguito nel tempio sacro - oggi inviolabile solo a pensarci -  della Juventus.

Sì, è tornato, il Palermo è tornato e i suoi tifosi, lungamente umiliati ed offesi possono finalmente rialzare la testa e cantare e sognare e proiettare tutti i loro pensieri a quel “chiodo” fisso che li aveva traditi nel maggio scorso: l’onta della retrocessione in serie B, da riscattare immediatamente con il ritorno in serie A. Ma andiamo con i piedi di piombo e procediamo un passo dopo l’altro: ieri si è vista finalmente la caratura di una squadra, con una sua logica di gioco e lo spirito di sacrificio, di corsa e di abnegazione, chiesti dall’allenatore. Che in questo soprattutto crede e a questi elementi si affida e fa bene, perché questa è la serie B, una lunga, incessante, estenuante galoppata verso la vetta, fatta di lotta e di corsa, di sprint e di tackle furibondi, in ogni angolo del campo. Sperando sempre di non esagerare, non varcare certi limiti, se no l’arbitro s’incattivisce e esagera a sua volta. Come ha fatto ieri sulla scivolata di Troianiello, entrato in campo da pochi minuti ed autore di un intervento sì scomposto ma non violento. Solo che l’arbitro si era messo a fischiare a senso unico, sbattendo in faccia solo ai rosanero i suoi cartellini. Per lo più gialli, ma nel caso di Troianello, addirittura rosso. E mancava quasi mezzora alla fine e il Padova attaccava disperatamente seppur caoticamente e si sa come può essere determinante, specie nella fase cruciale della partita, doverla giocare in inferiorità numerica.

Ma il Palermo, il Palermo  di eri, riveduto e corretto più nello spirito che negli uomini in campo, si è ricompattato ancora di più, uno per tutti e tutti per uno, se è vero che ho visto perfino Hernandez - l’unica punta vera designata nel 4-2-3-1 di Gattuso – arretrare fino alla sua area di rigore per ripartire come una folgore alla minima possibilità di contropiede. Cui il Palermo non ha mai rinunciato, neppure nei momenti più roventi dell’assalto patavino; ha sempre ribattuto colpo su colpo, sacrificandosi, ognuno di loro in corse, rincorse e tackle per spezzare l’assedio  avversario e ripartire veloce. E nell’ultima di queste ripartenze, avviata da un’irresistibile fuga lungo l’out di destra nientemeno che di Morganella - sì, il bistrattato, anche troppo, nel passato più o meno recente e fino all’altro ieri, nazionale svizzero – il Palermo ha capovolto il fronte dell’azione e in un baleno si è ritrovato a due passi dalla porta di Colombi. E qui lo svizzero, supercapellone tipo ultimo dei Mohicani, ha avuto un sussulto, lui che di norma, nel momento cruciale dell’azione, manda tutto all’aria sparacchiando verso le stelle: qui, invece, ha alzato la testa e ha crossato al centro e dal centro la palla è finalmente giunta sui piedi di Hernandez, che davanti a sé aveva solo le braccia disperatamente spalancate di Colombi. E lo ha trafitto col suo solito gelido, chirurgico sinistro a filo d’erba. Tre a zero per il Palermo a Padova, roba che non accadeva da quasi mezzo secolo e Palermo che risorge, insieme ai suoi tifosi che, conoscendoli come li conosco per averli frequentati gomito a gomito per vent’anni in curva, sapranno rispondere alla grande venerdì sera contro il Cesena.

Avranno imparato anche loro che la serie B è un’altra cosa, un pianeta diverso rispetto alla serie A, un posto dove conta di più il cuore che la tecnica, la corsa che il tocco di fino. Fermo restando che, se insieme a corsa e cuore, ci mettiamo anche la delizia vellutata del piede di Di Gennaro, la sua visione di gioco, la sua inventiva; ci aggiungiamo la voglia di riscatto di Hernandez, il suo fiuto del gol, la sua velocità rapinosa e condiamo il tutto con uno spirito di squadra che lotta all’unisono, io dico che la serie A non è più un miraggio, come sembrava appena sei giorni fa, al termine di quel Palermo-Empoli, finita com’è finita. E ricordiamoci infine che Sorrentino è un portiere, uno vero, un leader nato, anche se non porta la fascia e, come si addice ai portieri veri, lui sta lì davanti alla porta a dirigere il traffico e, soprattutto, parare il parabile. Che è tutto quello che si può e si deve chiedere ad un portiere affidabile. Insomma, amici cari e tifosi miei diletti, ieri è cominciato il campionato del Palermo: seguiamolo con la tutta la passione e la dedizione di cui siamo capaci e, tra otto mesi circa, festeggeremo come dieci anni fa sul prato del “Barbera”.

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