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Il processo del lunedì

Sannino, l'uomo giusto
Ma che ha fatto Andujar?


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Un pareggio clamoroso contro un Catania giustamente desideroso di mandarci in B, per il suo pubblico e per antica rivalità. Ilicic mette la firma. Ma il vero artefice della speranza è Giuseppe Sannino.


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La scena finale del derby è da selvaggio west, con Andujar scatenato che si getta addosso a Barreto e lo massacra a furia di cazzotti. Ce ne vogliono almeno cinque per toglierli il paraguiano dalle mani e finalmente l’arbitro gli sguaina davanti agli occhi il meritatissimo cartellino rosso.

Il mio primo pensiero, mentre il cuore batte a mille e minaccia di andar fuori giri, è il seguente: “Alla faccia di chi pensava che sarebbe stato un derby alla camomilla, che il Catania avrebbe fatto di tutto per lasciarci vincere !”.

Ma io lo sapevo, non avevo dubbi, l’avevo anche scritto: “Il Catania non solo non ci regalerà nulla ma farà di tutto per mandarci in serie B!”. E avevo aggiunto, per meglio chiarire il concetto: “E trovo giusto che si comporti così, perché lo vuole lo sport e lo pretende la regolarità del campionato. E anche perché a noi rosanero i punti piace prenderceli con merito e non per grazia ricevuta!”.

E infatti, sin dalla prima schermata di Sky, panoramica sulle curve e quel che appare è uno spettacolo da togliere il fiato e mandarci, noi tifosi rosanero, in un pozzo nero, fatto di rabbia e disperazione: tutto lo stadio è tappezzato di cartelli con su scritta la lettera “B” grande, grossa e nera, che sembra luccicare al pallido sole del “Massimino”: “Non hanno altro pensiero i nostri cugini catanesi che quello di spedirci di filato in serie B!”, rimugino, mentre guardo quella parete fatta tutta di “B” e mi arrovello e mi dispero, perché so quanto sono forti i rossazzurri e come sia davvero arduo strappar loro anche solo un punticino. Ma confido nel grande cuore che Sannino ha saputo ritrovare nei suoi giocatori, nella classe di Ilicic, promosso per la seconda volta capitano del Palermo, con tanto di fascia che gli brilla al braccio. Confido nella dea bendata, che fino ad oggi non ci ha mai degnato di uno sguardo benevolo, anzi ci ha sempre guardato in cagnesco e spesso e volentieri preso a calci in faccia. Insomma confido sul “tutto” e sul “nulla”, di cui si veste e traveste una partita di calcio, che è un po’ come la partita della vita: può andare avanti per una direzione e procedere in tal senso dall’inizio alla fine, ma quando sembra davvero finita, al’ultimo istante, all’ultima palla giocabile, la scena cambia, e così, basta un guizzo e chi si credeva perduto ritrova la sua strada, quella che aveva fin lì cercato invano, senza mai trovarla. E’ l’ultimo secondo del recupero quando su un lancio verticale nel cuore dell’area catanese, Hernandez precede un paio di avversari e di testa si inventa un prodigioso assist per l’accorrente Ilicic, che scavalca la linea difensiva rossazzurra e piazza un sinistro imparabile alle spalle di Andujar: 1-1 e fischio finale di Mazzoleni.

Il Palermo azzanna il pareggio in extremis e questo è certamente il segnale preciso, alto e forte che il vento sta cambiando, che anche la dea bendata ha preso a guardarci, benevola. Come mai aveva fatto in passato. Gioia incontenibile dei rosanero, tutti attorno a capitan Ilicic, primo della fila Barreto, che incarna, come meglio non sarebbe possibile, il calcio tutto corsa e sacrificio, di mister Sannino. Ma, nell’euforia del momento, sicuramente esagera perché, approfittando della suprema confusione post-pareggio rosanero, passa di filato davanti ad Andujar e tenta di sferrargli una testata ( e forse gliela sferra davvero), certo è che il portiere etneo reagisce come una furia, lo insegue, lo placca, lo trascina a terra e lo massacra di cazzotti. Con quel che segue: l’arbitro che vede quest’ultima brutale sequenza e gli sbatte in faccia il cartellino rosso. Nessun provvedimento, invece, per Barreto: ci penserà successivamente il giudice, dopo aver visionato il filmato Sky?

Sannino, alla fine, ai microfoni di Sky è lapidario: “Contro una squadra tecnicamente più forte, c’era una sola strada: lottare su ogni pallone. E noi lo abbiamo fatto!”. Gli chiedono di Ilicic, al quarto gol consecutivo: gli chiedono come abbia fatto a trasformare un gattone indolente in un cecchino infallibile e lui risponde laconico: “Ilicic ha un talento straordinario, gli basta solo che se ne ricordi, ma i suoi progressi dipendono quasi interamente dal fatto che ora corre, insegue l’avversario, gioca per la squadra. Già sapete come la penso: da soli non si va da nessuna parte, anche se hai talento da vendere e questo i miei ragazzi lo hanno capito bene. A cominciare da Ilicic!”.

E certo che lo hanno capito, anche perché se lui trova qualcuno che esita, indugia, si guarda intorno, lui è lì, a due metri minino oltre la cosiddetta “area tecnica”, a urlargli di tutto: il giocatore non ha scelta, o esegue o sparisce e, siccome sparire non è possibile…

Da quando è rientrato, il Palermo ha ripreso a far punti e, soprattutto, a credere in se stesso, che è la cosa più importante: “Bisogna crederci fino all’ultimo! - ha detto e ripetuto fino all’ossessione Sannino - Finché la matematica non ci condanna, non facciamolo da soli!”. E li ha risuscitati, uno dopo l’altro. Pensate a Ilicic e non solo, ma anche a Donati, che sembrava perduto per sempre; ad Aronica, che è tornato il leone ruggente dei bei tempi napoletani; a Kurtic, che sembrava un pesce fuor d’acqua, anzi un pesciolino, elegante, con quei tocchetti, quei dribbling insistiti che non portavano da nessuna parte e ora invece lotta e azzanna le caviglie altrui; pensate a Barreto, che il fioretto non sa nemmeno cosa sia ma di sciabola mena fendenti in ogni dove; pensate ai vari Von Bergen e Munoz, che non sono certo dei campioni raffinati ma sanno tutto della lotta centimetro per centimetro nei sedici metri della propria area di rigore; pensate a Michel Morganella, con quei suoi capelli da ultimo mohicano e quei suoi piedoni sgraziati, che però compensa con la corsa, un maratoneta instancabile, che magari tratta male il pallone ma fa altrettanto con l’avversario, che certo con un mastino come lui alle calcagna, vede spesso le streghe. Chiedere a Gomez, please, uno che di solito fa il buono è il cattivo tempo sulla sua trequarti, è il vero “genio” del fronte offensivo catanese e fermarlo significa fermare il Catania. O giù di lì. Pensate, infine, a come ha rimesso in sesto Sorrentino, dopo la papera colossale di domenica col Bologna: sì, è vero, Stefano se la sarebbe cavata anche da solo, ma vuoi mettere con un allenatore come Sannino, che gli dice le cose giuste al momento giusto?

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