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Il processo del lunedì

La rabbia di Sannino


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Nel processo del lunedì, anticipato alla domenica di Pasqua, si narra dell'insperata vittoria del Palermo, del ritorno di una labile fiammella di speranza. Grazie a Giuseppe Sannino: l'uomo dei miracoli.

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Benvenuto Caminiti
Quando ritiro il mio accredito, il tizio di servizio, prima di darmelo, mi sbatte in faccia il suo sorriso sfottente e dice: “Ma lei ancora il Palermo si va a vedere, ah?”.

E’ un sabato speciale e si vede: il vialone che porta allo stadio è praticamente deserto e manca poco all’inizio di questa ennesima partita della verità: o si vince o si muore. I rari tifosi si avviano a passo lento, quello di una processione, poco sentita e le chiacchiere sono altrettanto stanche e stantie: “ Zamparinu si vinniu pur’ i chiuva ro muru e nni sta mannannu in serie B: ora nn’ammuccamu n’avutri ru gol ra Roma e buonanotti e sunaturi!”. Il giovanotto veste tutto di rosa nero, dalla testa ai piedi ma parla come un cane bastonato: non ci crede più e spara dritto al bersaglio, che è sempre e solo Zamparini. Lo ascolta con faccia contrita un vecchietto tutt’ossa, che fatica pure a tenere il passo delle sue parole di fuoco. Non batte ciglio, si limita solo a dir di “sì” con la testa. Poi il giovanotto, come folgorato da un pensiero stupendo, alza il tono della voce e declama: “Sì, però Zamparinu picciuli mia nno supermercatu chi grapiu unnni mastica cchiù!”. E con la destra si percuote l’avambraccio sinistro, nel chiaro gesto dell’ombrello . Ma siccome non gli basta, chiude con un fragoroso “Vaffanculu iddu e tutti i so’ miliuna, picchì co Paliermu in serie B un s’abbuona nuddu!”.

E’ questa l’aria che si respira a pochi minuti dal fischio d’inizio e gli spalti danno il colpo di grazia: sono più gli spazi vuoti che quelli occupati, in tutti i settori, perfino in curva Nord, da sempre cuore pulsante del tifo rosanero. Stavolta, guardarla stringe il cuore, specie a uno come il sottoscritto che tra quei gradoni ci ha passato la fase più bella della sua vita di tifoso e di cronista. C’è uno striscione bianco con scritta in nero, che ammonisce i giocatori al rispetto della maglia che indossano.

Ma stringe il cuore anche vedere che l’annuncio della formazione capitolina viene fischiato, giocatore dopo giocatore, tranne l’ex tanto amato, Balzaretti: per lui solo un silenzio glaciale, di amore spezzato che si è trasformato non nel suo opposto, l’odio, ma peggio, molto peggio: nell’indifferenza. Per i tifosi rosanero Balzaretti semplicemente non è neanche più un ricordo.

Ma il calcio è un mistero buffo, per dirla come Dario Fo: quando sembra che ti abbia dato il colpo di grazia e spazzato via anche l’ultima speranza, ecco che ti cambia d’improvviso le carte in tavola e ti trovi davanti ad uno scenario completamente diverso. Addirittura mai visto per tutta la stagione e cioè un Palermo pimpante, aggressivo, che non concede spazio alla Roma, la soffoca con il suo pressing, lotta su ogni palla, si getta all’attacco a cento all’ora, uno per tutti e tutti per uno. Una squadra vera, finalmente, e per vederla ci sono voluti sei mesi e quattro, cinque allenatori. Per tornare al primo, in ordine di tempo e di scelta, quel Sannino da Ottaviano, che veniva dal Siena e arrivava col cuore colmo di entusiasmo e passione: “Per me allenare in una grande piazza come Palermo - disse subito quella mattina d’agosto che venne presentato alla stampa - è un grande onore, è un sogno che si realizza. Insieme, io e questi ragazzi, ci faremo onore!”.

E invece, tre partite dopo era già “out”. Con quel che segue. Fino al suo ritorno in rosa, quando l’abbiamo ritrovato con lo stesso entusiasmo dell’estate scorsa e, in più, con una rabbia dentro, che non aveva prima. Una rabbia tutta sua, dell’uomo che si è costruito da sé, al quale nessuno ha regalato niente perché ha fatto tutto da solo, partendo dal basso, serie D di una volta, poi due campionati vinti a Varese e due finali play off sfumati per un pelo. E finalmente la serie A, a Siena, aristocratica provincia del calcio italiano, dove si conferma alla grande e così gli arriva la chiamata di Zamparini e gli sembra di toccare il cielo con un dito. Si spiega così l’entusiasmo di ritornare ad allenare il Palermo, dopo quasi cinque mesi di esilio e lo dice subito forte e chiaro: “Non ho avuto il minimo dubbio ad accettare la chiamata del presidente. So che la situazione è difficile, quasi proibitiva ma è proprio questo che mi esalta, mi stimola e motiva al punto da crederci ancora. E lo dico a tutti, a cominciare dai ragazzi: siamo ultimi ma mancano nove partite, se siamo uniti e lottiamo insieme c’è ancora tempo e spazio per compiere un’impresa!”.

Dice proprio così: “Un’impresa”, e gli si legge negli occhi una determinazione feroce, quella che lo ha sempre guidato nella carriera, iniziata tardi e in situazioni d’emergenza, ma andata oltre, sempre di più, fino a ieri, ieri l’altro, quand’è stato richiamato e lo aspettava, come primo impatto, nientemeno che il Milan a San Siro. Non ha battuto ciglio, ha raccolto attorno a sé la sua truppa, l’ha catechizzata, martellata, un giorno dopo l’atro, fino alla partita di ieri contro la Roma, un’altra grande, un altro avversario proibitivo. E chi s’è visto in campo? Forse il Palermo tremebondo e senz’anima di tre settimane fa contro il Siena? No, s’è vista un’altra squadra, sconosciuta addirittura, sorprendente non solo per la furia agonistica con cui si è subito avventata sulla Roma, ma anche, se non soprattutto, per la qualità del gioco, i fraseggi in velocità, le sovrapposizioni, i cambi di fronte, la determinazione su ogni palla, come se questa, per ciascuno di loro, fosse l’ultima non solo della partita ma della vita.

E so che esagero, mi lascio travolgere dall’enfasi e mi va bene così perché per sei mesi ho ingoiato veleno, l’ho sputato e quelli (non solo i giocatori, ma tutto il blocco del Palermo calcio) me l’hanno ricacciato in gola, così ho rischiato di annegare nel fiele già con l’Atalanta, che si portava i tre punti in palio quasi senza colpo ferire, quasi in souplesse, tanto inerme era la mia squadra, confusa, pasticciona, senza idee. Veleno e ancora veleno, per sperare ancora chissà perché solo nella matematica, pareggiare col Pescara e poi ancora col Chievo e col Genoa, ch’era quasi meglio perdere e spezzare così finalmente questa agonia che dura ormai da troppo tempo. E lascia dietro di sé solo cadaveri, calcisticamente parlando, cioè “tifosi-contro”, che sputano sentenze di morte, inveiscono contro la squadra, la riempiono di fischi, quando si allena contro la “Primavera” ed è come dire: “Per noi non siete più niente, meglio di voi sono i ragazzi di Ruisi, voi ci avete solo fatto vergognare!”. Una frustata a pelle viva farebbe meno male e Sannino avrà sicuramente affondato il coltello sulla piaga in settimana, se no come si spiegherebbe altrimenti il sangue agli occhi dei giocatori rosa ieri contro la Roma, dal primo all’ultimo, da Sorrentino a Barreto, a Kurtic, a Miccoli.

Finalmente Miccoli, quello dei nostri sogni più belli, quelli dei gol alla Juve , al Milan, all’Inter. Il capitano, di nuovo il capitano… E si sveglia perfino Ilicic e ritrova il suo talento sopraffino, che sprizza bagliori che illuminano la scena. E segnano la partita: un gol e un assist: 2-0 e prima vittoria rosanero del 2013 e, soprattutto, una speranza che rinasce. E che Sannino saprà coltivare e proteggere come gemma preziosa fino all’ultimo respiro.

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