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Basket. B dilettanti

Fantozzi torna da avversario
nel palasport intitolato a lui


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La partita, già di suo, sarebbe una di quelle dalle emozioni forti. Tre match che valgono il ritorno - dopo l'ignominia dell'esclusione per i troppi debiti nei confronti dell'Enpals - nel basket che conta, a quella letterina “A” che sta davanti alla parola “dilettanti” nel terzo campionato cestistico. Ma la sfida fra Orlandina e Viola Reggio Calabria che comincia domenica (gara 1 alle 19 a Capo d'Orlando, gara 2 l'1 giugno alle 20,30 a Reggio Calabria, eventuale gara 3 il 5 giugno alle 19 di nuovo in Sicilia) contiene un'emozione nell'emozione: sulla panchina reggina, infatti, sederà quell'Alessandro Fantozzi a cui è intitolato il palasport orlandino, per l'appunto il PalaFantozzi. L'eroe che diventa avversario. Il trascinatore che diventa ostacolo.
Non è un cestista qualunque, Alessandro Fantozzi. Non lo è perché il suo nome è scritto nella storia della Nazionale, di quegli azzurri che nel 1991 sfiorarono per un soffio il trionfo nell'Europeo di Roma cedendo in finale contro la Jugoslavia, non lo è perché a lui fu affidato, nel 1998, il sogno della Grande Upea, capace dalla B2 di acquistare vicecampioni europei con l'obiettivo non celato di arrivare nell'Olimpo del basket, ma non lo è soprattutto perché furono i suoi canestri, la sua visione di gioco, a trascinare l'Orlandina dalla B2 alla Legadue con due promozioni consecutive.
Fantozzi, insomma, rappresenta un momento irripetibile. Un solo giocatore è stato capace come lui  di conquistare il cuore degli orlandini: si chiama Gianmarco Pozzecco, ma quella della “Mosca Atomica” è una storia a sé. Una storia di sogni e ritorni, tanto che “Poz”, dopo essersi ritirato dal basket, decise di giocare un'ultima partita con la maglia dell'Orlandina appena riammessa in C Dilettanti. Un amore ricambiato: a Capo d'Orlando, all'ingresso del paese, non è impossibile imbattersi in cartelli in cui il nome del comune è storpiato in “CaPoz d'Orlando”. Ma quella “z” in più è un adesivo, niente di più di una strisciolina di carta esposta alla furia degli elementi. Un palasport dura per sempre. O almeno fino al prossimo spot.
Già, perché Fantozzi è stato principalmente un'operazione d'immagine. Anzi: due operazioni di immagine. La prima risale al 1998, quando la società, sulla scia dell'avventura della Cestistica Barcellona in quella che allora si chiamava Serie A2, lo acquistò: l'attuale coach della Viola fu un colpo di mercato che fece sognare gli orlandini, primo di una lunga serie di grandi campioni considerati un po' decaduti – da “Poz” all'ex Nba Vincenzino Esposito – chiamati a vestire i colori biancazzurri e tornare in auge. La seconda operazione fu messa in piedi nel 2001: quando il palazzetto dello sport destinato a sostituire il vecchio PalaValenti fu completato, l'idea di intitolare la struttura a una persona in vita e persino in attività fece storcere il naso a qualcuno, ma le perplessità vennero superate in nome della celebrazione della storica promozione in LegaDue, arrivata appena da qualche mese. Due anni dopo, nell'anno di Nostro Signore 2003, Fantozzi, allora quarantaduenne, andò via dopo la retrocessione in B1: ritiro (poi interrotto per disputare un'altra stagione nella Libertas Livorno, in C2) e chiusura di un ciclo, dalla promozione in LegaDue alla (momentanea) retrocessione in terza serie.
Da allora Fantozzi è già tornato una volta da avversario. È successo durante la regular season di quest'anno: il 6 marzo, sul parquet del palasport che porta il suo nome e fra gli applausi dei suoi ex sostenitori, coach Fantozzi e la Viola sono stati battuti per 87-60 dai biancazzurri, allenati da Giuseppe Condello. Non è, quest'ultimo, un dettaglio: Condello, reduce dall'esperienza di Barcellona che Capo d'Orlando voleva emulare (e che poi riuscì persino a superare), vestì la maglia dell'Upea negli stessi anni in cui la indossava Fantozzi. Di più: il coach biancazzurro esordì con la maglia di una squadra reggina, il Cap, nelle giovanili del quale giocò sin da quando aveva 13 anni. Corsi e ricorsi.
Già, perché questa storia è tutta un gioco di corsi e ricorsi. Di cicli che si aprono e che si chiudono, di sogni spezzati e ricomposti pezzo a pezzo. A partire dal percorso che ha portato l'Upea fino alla finale che inizia domenica: se Capo d'Orlando dovesse ottenere la promozione, infatti, si tratterebbe del secondo salto di categoria consecutivo, esattamente come nell'anno dell'approdo in LegaDue. Ma lo sport non è solo statistiche: è sogni, è simboli. E anche quelli ci sono: oggi come allora, il modello da emulare per il basket siciliano è la Sigma Barcellona, alle prese proprio in questi giorni con la semifinale dei play-off per la promozione in A (gara 1 domani contro la Fastweb Casale Monferrato), oggi come allora c'è da risalire la china dopo aver toccato il punto più basso. A costo di fare a pezzi un simbolo. A costo di fare a pugni con le emozioni e affidarsi solo a quella strisciolina azzurra, a quella zeta aggiunta al nome di Capo d'Orlando. A costo di tirare giù dal Pantheon un pezzo della storia dell'Orlandina.

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