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Il ricordo

La relatività della traversa


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Mario Spatafora è un bravissimo medico che, di tanto in tanto, si concede il peccato di una scrittura che lascia il segno. Partecipa allo speciale, con il racconto del suo campetto.


, Palermo, Sport
Il pomeriggio di un giorno qualunque. Una visita a mia madre nella casa dove sono cresciuto all’angolo tra Via Costantino Nigra e Via Mattarella. Il mal di schiena mi sconsiglia di prendere il motorino. Dovrò andarci in macchina. Mi fermo in doppia fila per comprare le schede del “Gratta (nel senso di ruba) e parcheggia” e arrivo nella zona che non smetterò mai di considerare la “mia zona”. Già, e dove parcheggio adesso? Avrete forse notato che nella “mia zona” decine di parcheggi sono stati venduti dal mio consocio tennista a ristoranti e localini vari per piazzare estensioni posticce che consentono ai fortunati avventori di godersi la famosa “pizza ai quattro fumi di scarico” o una romantica cenetta al lume dei fari allo iodio. E’ proprio strana questa nostra città: un posto dove i ristoratori tolgono, piuttosto che offrirlo, il parcheggio ai propri clienti e dove i tavoli imbanditi sostano dove dovrebbero le automobili.

Imbocco il sottopasso di Via Mattarella e mi rassegno a profanare i miei ricordi entrando nel campo di calcio della mia scuola, quello dove un giorno decisi, parando un rigore nel finale, un’epica sfida dalle vaghe connotazioni politiche tra noi “fighetti di destra” del Gonzaga e i “fighetti di sinistra” del Garibaldi. Il campo dove versai il sudore di mille battaglie e il sangue di mille sbucciature è stato coperto d’asfalto; è diventato un parcheggio a pagamento. Quell’oasi di refrigerio per viandanti assetati di parcheggio è spina dolorosa che si conficca nel cuore dei miei ricordi. Risalgo Via Mattarella, la strada che aprirono al traffico alla fine degli anni ’60 sfregiando Villa Trabia per collegare Via Villafranca a Via Notarbartolo. Passo sotto le arcate del ponte e a sinistra, prima dell’incrocio con Via Nigra, vedo la villetta dove giocavo a pallone da ragazzino. L’orda di macchine in sosta bivacca scomposta in un turbinio di cartacce svolazzanti. Per terra, un tappeto di cacca di cane e un paio di preservativi usati. Mi sento mancare. Mi siedo sul muretto mentre le macchine strombazzano alle mie spalle.

E ripenso ai lunghi pomeriggi passati alla villetta. Un luogo dove la partita era una livella che rendeva il figlio del portiere del palazzo pari al figlio del severo professore dell’attico, terrore di generazioni di studenti universitari. Ripenso al ceffone che mi mollò mia madre mentre cuciva il numero nove del Reuccio di Resuttana sulla maglia rosanero donatami a Natale e alle sue scuse quando capì che non avevo colpe se quella parolaccia era anche il cognome del mio eroe. Ripenso all’eterna disputa tra i cultori del San Siro e quelli del Super Santos. Il primo era bianco e di gomma spessa, non si bucava mai e quando ti “abbullavano” faceva un male cane. Il secondo, arancione, non provocava danni alle persone o alle macchine dei pochi temerari che si azzardavano a parcheggiare lì, ma svolazzava un po’ troppo. E quando il Super Santos svolazzava, cominciava la seconda “turilla”: è gol o è alto ? Sì, perché l’altezza della traversa delle nostre porte era relativa: coincideva, con tutte le approssimazioni del caso, all’altezza del portiere a braccio teso e con l’aggiunta di un saltello. Cominciava allora a risuonare per la villetta l’ignominioso epiteto di “ziccusu”. Che in siciliano autentico vuol dire tirchio, mentre nel nostro dizionario qualificava colui che per vincere è disposto a qualsiasi bassezza. Persino a quella della traversa.

E alla fine del lungo negoziato, la salomonica proposta: o gol o rigore. Con l’intento confesso di far decidere al sommo giustiziere degli ziccusi, il “San Giovanni che non fa inganni”, se la palla avesse travalicato o no quel confine superiore così indistinto tra la gioia e il rimpianto.

Come a proposito di “ziccusu”, il calcio di noi bambini della villetta e di tutti gli ex-bambini palermitani, era pieno di espressioni che mi appresto a conficcare come spine dolorose nel cuore dei miei coetanei. Quando i giocatori erano pochi o in numero dispari, c’erano due soluzioni: o il “portiere-attaccante” oppure la “porta romana”. Che non è solo la storica porta sulle mura spagnole di Milano cantata dal grande Gaber, ma una partita in cui l’unica porta era difesa da un portiere neutrale che si doveva girare di spalle quando rimetteva la palla in gioco. Altrimenti gli ziccusi ricominciavano. E poi quella nostra terminologia calcistica siculo-inglese. La “palla a due” era il “frichicchio”, espressione che sottende anch’essa un grave errore etimologico poiché l’originale “free kick” in effetti indica il calcio di punizione. E ancora, il fallo di mano (enz), di cui solo da grande compresi la derivazione dall’inglese “hands”. In ultimo l’apoteosi: il fallo laterale. Che in inglese si dice “out”, mentre per noi era “avutu”, cui gli ziccusi aggiungevano invariabilmente il pronome possessivo in prima persona plurale, “avutu nostru”. Sì, “avutu”, proprio come “alto”. Come tutti i Super Santos che passavano appena sopra il livello dell’asfalto nello spazio compreso tra le pietre che fungevano da pali della nostra porta. La porta della relatività. La porta della felicità, la cui traversa sta sempre più in basso.

Finalmente mi asciugo gli occhi e mi alzo. Arrivo da mia madre che mi rimprovera come se avessi ancora dieci anni: “Com’è che sei arrivato così tardi ?”. Provo a giustificarmi, come sempre: “Scusa mamma, ma sono venuto con la macchina e ho avuto difficoltà a trovare il parcheggio”. La prossima volta da mia madre ci andrò in motorino: il mal di schiena duole molto meno del mal di cuore.

Mario Spatafora

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