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Totò Schillaci

"Il mio calcio tra le pietre"


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Altro che campetti in erba sintetica e campus sportivi estivi. La sua scuola calcio è stata la strada, “soccer on the street”, uno sport che in America sta iniziando a riscuotere consensi e successo, ma che in Italia, o meglio a Palermo, esiste già da decenni.
Salvatore “Totò” Schillaci, si è fatto le cosiddette ossa giocando sull’asfalto, come racconta a Livesicilia: “Altro che scuole calcio, ai miei tempi si prendevano due belle pietre, si facevano le porte, e si giocava per ore e ore. Le mie prime partite le ho giocate proprio nel mio rione (Michelangelo, Cep, ndr), sfidavamo altri quartieri e vi posso dire che quelle erano partite memorabili. Ci giocavamo cinquemila lire, che ai tempi, erano “belli picciuli” e lottavamo e correvamo come pazzi per portarci a casa la posta. Fu in quelle occasioni che ho iniziato a dare i primi calci al pallone”.

Schillaci, però, dagli undici anni in poi, fece parte di una vera e propria squadra: “Giocavo per gli esordienti dell’Amat, che ai tempi, aveva la prima squadra che militava nel campionato interregionale, l’attuale serie D. Non ricordo però esattamente la mia prima partita con l’Amat, ricordo solo che ero sempre tra i primi e in pochi anni vinsi capocannoniere e miglior calciatore. Ricordo una partita in cui segnai da centrocampo con un tiro al volo micidiale, un po’ come quello che fece Mascara al Palermo con il Catania. Tanta gente ci veniva a guardare, erano bei tempi. Giocavamo nel campo che per adesso ho ristrutturato e acquistato, ossia il Ribolla. In quel campo si consumarono tante belle partite, e soprattutto c’erano calciatori molto validi come Culella e Terranto”.

Tornando alle prime partite di Totò “on the street” lui ricorda anche: “che spesso non giocavamo a tempo, anzi quasi mai. Stabilivamo un numero standard di reti, che so a quindici, e se non si arrivava a quel numero di gol, la partita non terminava. Si giocava quindi fino a sera, e spesso mio padre, mi veniva a tirare le orecchie perché ancora non tornavo a casa. Giocavamo quasi sempre, ma la domenica non si finiva mai. Le sfide più belle erano quelle contro gli altri rioni. Erano veri e propri derby, si giocava alla morte. Non potevi sbagliare un passaggio un gol, perché venivi beccato dai tuoi compagni. Ricordo anche che spesso nascevano battibecchi per gol inventati che a causa della mancanza di una porta venivano convalidati. A 17 anni passai al Messina, e da lì inizio la mia carriera da calciatore”.

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