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Il personaggio

Javier e l'ultima notte
con la faccia da ragazzino


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Ci sono notti così. Le attraversi senza peso. La mattina dopo non entri nei pantaloni. La maglia della salute ti viene stretta. No, non si sono rimpicciolite le cose. E' che sei cresciuto tu.
L'ultima sua notte di calcio con la faccia da ragazzino, Javier l'ha vista passare, all'inizio come un sogno. Perché è un sogno giocarsi il futuro con gli amici di spogliatoio, dentro uno stadio pazzo d'amore. E davanti c'è il Milan, non la Sambenedettese.
Ci sono persone e giocatori fragili che si perdono. Vengono inghiottiti dal buio. E non se ne sa più nulla. Mai più: come una favola mai raccontata dalla nonna. Altri intravvedono una fiammella nell'oscuro. La afferrano. La cavalcano. Hanno l'umiltà di camminare, per poi cominciare a volare.

Javier Pastore ha capito la trama. C'era da sbracciarsi. Qualche finezza, d'accordo. Però, soprattutto sostanza e olio di gomito. Ha preso in mano il Palermo con leggerezza, sacrificandosi, coprendo, sudando, con gli occhi finalmente cattivi. A pochi metri l'esatto contrario. Clarence Seedorf, sussiegoso e inutile, tutto tocchetti e distintivo. A che ti serve la magia nei garretti, campione, se intorno a te tutti piangono? Alla fine Javier ha vinto e Clarence ha perso. Normale. Giusto.

Ci sono notti così. Javier. Vai a dormire con lo scintillio dell'adrenalina e ti svegli che sei più saggio, forse migliore. Lo specchio del mattino riflette una faccia da uomo fatto. Ma lo specchio non sa che, sotto la pelle, il cuore è ancora un ragazzo stupito.

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