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Lettera al mister rosanero

Cosmi, la felice finzione


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Caro Serse Cosmi,

Lei è l'uomo del felice inganno. Tanto per cominciare - come un personaggio del "Consiglio d'Egitto" descritto da Sciascia - lei è una figurina atletica, o comunque non adiposa, con la faccia da uomo grasso. Ed è anche uno che si mette la maschera da ruspante, affinché la sua veterana sapienza tattica non dia nell'occhio. Lei non sarà mai come Rossi, il generale che guida le sue truppe a sciabola sguainata - col viso affilato e malinconico, sperso nel vento - bello da vedere sempre per lo spettacolo e sovente per i tre punti. Conosce meglio l'arte della guerriglia, l'astuzia dei poverelli. 

Lei, Serse, ha trasfuso beffardamente nel Milan - era sabato sera - la tracotanza del trionfo. Clarence Seedorf e compagni sono partiti all'arrembaggio convinti di inghiottire le animelle rosanero in un sol boccone e sono rimasti impantanati, anzi inzaccherati, in una risaia vietnamita. Migliaccio si è trovato benissimo nel ruolo di capitano vietcong, pronto a saltar fuori dalla radura per procacciarsi lo scalpo del nemico. Gli altri, a corolla, hanno intessuto una paziente carta moschicida in cui immobilizzare il presuntuoso talento del Diavolo. Giocherà così, da qui fino alla fine? Penso di no. Ma nel week end della sua ordalia (ha ragione, era a rischio, Serse) non c'era altro modo. Il gol di Goian, poi, è stato il suggello: quando la classe operaia va in Paradiso.

In fondo lei, Cosmi, è un bravo manovale del calcio e della vita. Ha cominciato a portare mattoni crudeli in spalla a quattordici anni, con la morte di suo padre. Ha continuato, passo dopo passo. La fatica è il karma che l'accompagna, con quell'aria da Mazzone in sedicesimo. Eppure lei ci ricorda Brera che si descriveva come uno costretto ad agghindare mutandoni di felpa, con qualche ricamo di bellezza sparpagliato qua e là. Nel suo personaggio accuratemente costruito, Serse, proprio dietro la corteccia, sopravvive l'innocenza della furbizia. Scorre la vorticosa onestà di un fiume.

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