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Da Tardelli a oggi come siamo cambiati

Fratellastri d'Italia


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Cosa ci fanno nello stesso calderone la gloriosa foto dell'Italia '82, il dagherrotipo immaginario dell'urlo di Tardelli, i gol di Grosso targati 2006, Marcello Lippi, Giuseppe Garibaldi, Davide Enia, Roberto Mastrosimone, Totò Schillaci e Maurizio Zamparini? Semplice, raccontano come è scolorito l'azzurro, inteso non soltanto come marchio del pallone festoso, ma come ombra cromatica di una anticaglia chiamata unità d'Italia. Non a caso, abbiamo aggiunto una piccola modifica all'inno di Mameli nel titolo.
Può un mondiale di calcio, con annesso tifo (assente e anemico) per la nazionale, riverberare il senso di uno smarrimento più complesso e più generico? L'amore negli occhi con cui accogliemmo la tripletta di Pablito in Brasile perché non fu replicato al gol di Del Piero in semifinale contro gli alemanni? Nessun amore: solo un sentimento barbaro e feroce di vittoria che non ammetteva né requie, né dolcezza. In fondo ogni gol è il ritratto più vivido del Paese che esulta intorno. Dai sorrisi o dai volti tirati in un rito tribale, capisci tutto.

Capisci che c'era una volta l'Italia, quella del pallone e quella di pane e pochi spiccioli nell'anima della gente. L'Italia di Zoff che urla "Antoniooo" a Cabrini, in finale. E tutti, maledizione, lo sentivamo, tranne l'interessato. La prima era amatissima e la seguivi con la mano sul petto perfino durante il parapà parapà parapappapappapà della composizione del poeta Mameli musicata dal maestro Novaro, ingiustamente obliato. La seconda veniva quasi di riflesso, come una figlia storpia della prima a cui riservare compassione e tenerezza. Ora invece no. Macerie di qua e di là. Il duplice smottamento del legame per la nazione e per la nazionale narra benissimo il distacco profondo da un'identità collettiva, la ripicca della fuga negli individualismi, sotto i vessilli dei comuni di appartenenza e delle squadre del borgo. Una riuscitissima e progressiva disunità d'Italia.

La faccenda riguarda da vicino pure noi siciliani. Ci vogliono annientare con questa idea del Nord padrone e superiore, raffiigurato dalla faccia intelligente di Calderoli, quando si dice: il fisico adatto. E, nel frattempo, Lippi (un viareggino!) non convoca nemmeno un rosanero per il Sudafrica. Un complotto? Certo è che abbiamo le mani piene di niente, niente soldi e niente sogni. Da una parte stringiamo la maglia azzurra, giurando di non prestarle più fede, feriti nell'intimi panormitano,  dall'altro maltrattiamo la bandiera tricolore, perché noi siamo siciliani e loro, invece sono padani.
Ecco che ci fanno i signori citati prima nella pania dello speciale di Livesicilia. Sono la traccia involontaria e potrebbero essere l'antidoto, se solo lo volessero,  della separazione, ironica, rabbiosa o gigiona che sia. Sono, tutti insieme, la bacchetta del rabdomante a caccia della sorgente dei tempi.  Sono la rappresentazione di un vestito che conserva brandelli colorati di passato: la poesia ferita di Enia, il grido di Mastrosimone, l'euro simpatico di Zamparini, fino alla splendida retorica degli occhioni di Schillaci. Il baratro, intanto,  non lo vediamo, lo annusiamo. Che la disaffezione che si sente per l'ItalJuve sia un segno della sciagura immiente? C'è sempre un motivo per non amare l'Italia, per non crederle più, sui campi verdi e nei palazzi del potere. C'è sempre una goccia che annuncia il diluvio universale.

Ma c'è sempre un sussulto per tornare ad amarla la cara patria, dopo il tradimento, come sa chi ha visto "Pane e cioccolata". C'è sempre, da siciliani più acuti di Calderoli, l'abbraccio, l'ora del perdono. Perché il perdono probabilmente ci conviene. Perdoniamola, dunque,  l'Italia e rifacciamola, in barba a Lippi e alla Padania, a dispetto del ghetto mentale separato e separatista in cui vogliono spingerci a sgarbi. E speriamo che anche l'Italia ci perdoni, per non averla amata abbastanza in questi giorni di pallone e lacrime.

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