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Una storia sul radiocronista palermitano

Carosio e il mistero del "negraccio"


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Nicolò Carosio



Esistono leggende nel calcio che diventano storie vere, anche quando sono assolutamente inventate. Un corpus di favole pallonare riguarda la memoria sempre viva del presidente Massimino. Che avrebbe comprato l'amalgama, che avrebbe detto in un giorno bigio: “Allo stadio c'è foschia? E lo facciamo marcare da Ciampoli”. Oppure il celeberrimo: “C'è chi può e chi non può. Io può”. Fino ai tifosi che viaggiavano in “Voli Charleston”.
Eppure, qualcuno giurerebbe di averli ascoltati quei motti, di averli scolpiti nella memoria. C'è sempre uno pronto a dirlo: io c'ero. Tiè! E le leggende più o meno inverosimili della sfera di cuoio restano a galleggiare lassù, in un mezzo cielo sospeso tra fantasia e memoria. Il punto, adesso, è: Nicolò Carosio, splendido telecronista palermitano, usò davvero la parola “negro” o l'accrescitivo “negraccio” ai danni di uno sconosciuto guardalinee etiope? Fu davvero espulso dalla nazional-telecronaca per un peccato (brutto) di favella?
Massimo De Luca, giornalista notissimo e affabile,  sostiene che no, non fu così. Oggi sul “Corriere della sera” si legge: “Quaranta anni dopo, la vicenda dell’esonero su due piedi di Nicolò Carosio dal ruolo di telecronista della Nazionale, dopo il pareggio per 0-0 fra Italia e Israele ai Mondiali del Messico, è ancora parzialmente avvolta nel mistero. Ma le ricerche e le verifiche meticolose condotte, sulla base della documentazione esistente, consentono di smentire quella vera e propria leggenda metropolitana secondo cui Nicolò avrebbe insultato in diretta il signor Seyoun Tarekegn, guardalinee etiope, per aver sbandierato un fuorigioco inesistente sul gol di Gigi Riva al 29' del secondo tempo. Diciamolo e scriviamolo chiaro una volta per tutte: Carosio non diede mai del negro o, peggio, del negraccio all'assistente dell'arbitro brasiliano De Moraes. Lo si può affermare con certezza assoluta”. Segue un elenco meticoloso di prove.
Niente epiteti offensivi. Al massimo un “l'etiope” sibilato con rabbiosa diffidenza al microfonone dell'epoca. Tuttavia, qualche tempo fa, Bruno Pizzul raccontò - ci pare - in un'intervista che proprio Nicolò Carosio si sarebbe lamentato con lui (tra memoria e sogno il condizionale è d'obbligo), mormorando: “Che Paese è questo. Nemmeno si può più dire che un negro è un negro, ragazzo mio”.
Altri tempi, altre storie, che la dimensione vetero-televisiva rende profonde, nebulose e impalpabili. E  noi, che adoriamo il pallone perché ci trasporta in un mezzo cielo tra sogno e memoria, imploriamo a mani giunte i tizi con la mania della precisione applicata a tutto. Noi vi preghiamo: per carità non ricostruitela più la verità, perché è una zavorra. Lasciateci ai ricordi nello specchio deformante. Lasciateci l'amalgama di Massimino e l'orribile e innocente negraccio, sia pure in odor di razzismo, di Carosio, l'impalpabilità dell'inverosimile, pure se non furono.
Sono questi i poveri trucchetti che escogitiamo per inventarci una vita trascorsa diversamente, dentro nuvole inesistenti e mitologiche. Dunque, egregio storico, scienziato, entomologo dello sport, geografo delle emozioni, tieniti lontano dal pallone. Fallo almeno tu. Tu che tutto può.

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