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Lo spareggio Champions al Barbera

La fine dei sogni?
Ma sia festa lo stesso


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Come affrontare la partita rosanero della vita? Con un bel libro infilato nella tasca posteriore dei pantaloni, un libro con la sua orma confortevole sul gluteo, un libro rassicurante come una fondina con la colt – nel cammino fino allo stadio – prima della sparatoria.

Un libro scelto non a caso, ma per la sua chiosa, perché andrà bene comunque: per il miele della vittoria e, Dio non voglia, per l’assenzio del pareggio, per il fiele della sconfitta.

Palermo danza il suo valzer dei desideri nella strada che conduce al “Barbera”. I passi delle persone sono diversi. Tutti sfiorano l’asfalto, nessuno lo calpesta. Nessuno suona il clacson. La città è una gigantesca chiesa all’aperto, in attesa del rito che spalanchi le porte alla gioia, al suono di un’immaginaria scampanellata celeste. Lo stadio si staglia di colpo davanti agli occhi che ammiravano lo spettacolo della gente innamorata. E’un papà buono, con braccia di bandiere, con una voce squillante di trombette. Peccato per la musica sparata oscenamente dagli altoparlanti che non consente di ascoltare i tratti del suo austero silenzio. Il posto è lassù, in piccionaia, dopo una inerpicata di chilometri tra graziose hostess e allucinazioni da arresto cardiaco. E un giorno di festa e si vede, perfino l’acqua offerta generosamente dal Palermo Calcio è il doppio del solito. C’è ancora tempo. Ecco l’occasione buona per tirare fuori il libro, compagno di avventura, e farsi coccolare. Avete letto “La Storia infinita”? Non è un espediente nuovo. Quando sei dentro un abbaino col buio e la pioggia nelle ossa, quando sei su una trincea dorata del pallone, in un giorno di sole, un libro è l’amico che ci vuole. Gli abituali riferimenti sono qui. Il vicino di sgabello c’è. Ha un’abitudine. Ogni cinque minuti si alza e con voce stentorea declama: “Cornuto!”. Come si dice: a prescindere.

E’ il momento di chiudere le pagine. Squadre in campo. La curva si tinge di tasselli rosanero e canta. E’ una roba da mozzare il fiato. Samp col solito citrigno quattro quattro due. Palermo a rombo. Liverani nella zolla del compasso, Pastore col marchio dell’inventore, allampanato come Archimede Pitagorico. Miccoli col mantello del supereroe. Cavani prega a braccia levate. Pronostico di Santo Abramonte, esercente di noccioline e semenza ai cancelli del “Barbera”: due a zero per il Palermo. Zamparini in tribuna per una fuggevole comparsata con Biscardi. Fuori lo aspetta una fila speranzosa di taxi. E’ semplicemente l’attimo più intenso e più importante della storia del calcio a Palermo. Ma al fischio d’inizio la storia resta fuori. Entra la cronaca. Il pubblico commuove. In confronto, quelli che assistettero alla celebre gara di “Fuga per la vittoria” erano quattro scappati di casa. I coraggiosi doriani, nel settore ospite, azzardano uno slogan. Una bufera di fischi li sommerge.

D’ora in poi conteranno le azioni e le lancette. Arbitra Rosetti da Torino.

Otto minuti di schermaglie procedurali. Il Rossi-team inanella i passaggi giusti. Balzaretti crossa, Cavani incorna, la palla è fuori, lo sguardo del doriano Storari è di pura apprensione. Un minuto dopo Cassano corricchia con la sua andatura da puzzola e le sue moderate scarpette color aragosta. Traversone sul primo palo. Totò Sirigu, per sì e per no, ci mette i pugni. Poi, Liverani cava fuori il pennello dallo scarpino e disegna un arcobaleno per Cavani.La zamapata dell’uruguaino non gira abbastanza e finisce tra le braccine del raccattapalle. Bilancio dei primi quattordici minuti. Palermo avanti con giudizio. Samp arroccata e temibile. Si sapeva.

Diciassettesimo, Pastore calcia in diagonale dal limite. Storari controlla, però il tiro esce fuori di poco. Gli auspici insistono benevoli: sta maturando. Tuttavia, la partita è ancora ibernata nella reciproca paura di smarrirla. A ogni timido raid genovese, in tribuna, la voce di Giuseppe D’Agostino, mitico radiocronista, si impenna d’ansia.

Al venticinquesimo l’occasione d’oro dei rosanero. Pastore sulla fascia spiazza la doppia marcatura di Del Neri. Pallonetto in area, Cavani nuovamente incorna. Storari battuto, incrocio appena sfiorato. Il Palermo comincia a giocare come deve, con lanci come lame nella pancia doriana. Inutile tentare di sorprenderli col fraseggio che dia il tempo di erigere muraglioni. Il “Barbera” a poco a poco si spegne, ed è un vizio vecchio. Non tifa più, partecipa alle azioni con brusii di vario tenore. Come a teatro. Quarantesimo, un quidam doriano abbatte Liverani al limite. Rosetti ignora e rimprovera il regista dolorante. Finalmente lo riconosciamo il signor arbitro.Replay di Rosetti.Un minuto di recupero. Fischio a bloccare una promettente azione rosanero, forse in anticipo. Bravo.

Ghiaccioli, caffè, bisogni corporali. Giudizio unanime:bisogna rischiare di più. Si ricomincia. E si ricomincia con un capolavoro dell’ineffabile Rosetti che ignora il vantaggio e fischia una punizione innocua per i rosa. Miccoli era già in area. All’ottavo minuto della ripresa, cala una coltre di gelido silenzio sul “Barbera”. Sirigu aggancia Mannini, al confine di un’azione semi-fortunosa. Rigore netto. Forse Totò è uscito in ritardo. La tattica della Samp premia il suo attendismo. Difesa granitica e sfruttare al massimo le mezze occasioni. E’ accaduto puntualmente, come già a Roma. Pazzini calcia. Spiazza Sirigu e fa il classico gesto delle mani sugli occhi. Gli occhi del “Barbera, invece, conoscono un lieve principio di lacrime. Dalla panchina si alza Hernandez ed entra al posto di Cavani. Lo stadio, fiocinato al cuore, riprende a cantare. Mannini si divora il raddoppio. Due minuti oltre il ventesimo, la speranza si rianima ed esce dal coma. Miccoli Re Mida trasforma in lingotto prezioso un lancio. Pallonetto a scavalcare Zauri che lo stende in area. Rigore. La gente panormitana trattiene il fiato. Si avverte il risucchio gigante che esplode nell’urlo di liberazione al gol di Fabriziomiccoli, invocato dall’altoparlante. E’ ancora primavera.

Poco dopo Cassano si beve Goian. Cross. Un fantaccino blucerchiato spara alto da sei metri. Cambio di fronte, Miccoli, indomito, zoppica e calcia. Storari con un balzo mette in angolo. Finale da epopea western. Fabrizio Miccoli non ce la fa più. Entra Budan. Sarà Fort Apache con relativo assedio. Orribile. Sette minuti alla fine, Storari, gran portiere in pigiamino, ribatte una saetta di Pastore. Budan di testa a porta vuota. Fuori. Sì, fuori. Non succede più nulla. Rosetti fischia sull’ultimo disperato assalto. Tutti in piedi ad applaudire.

Il Palermo ha giocato una partita eroica, il compimento di un anno straordinario. Questo pareggio – è vero - ha il volto triste di un’occasione sfumata. Le cose del calcio vanno come vanno. Difficile pensare che un Napoli tranquillo incendi le polveri a casa Doria.
E’ l’ora di riprenderlo quel libro, in fondo alla tasca e rileggere il periodo che lo ispira. Parla di qualcosa con le ali, al femminile. E’ una frase dolce e giusta per una squadra con il cuore grande. Il libro che si chiude sui sogni dice: “Vola libera e felice, al di là dei compleanni, in un tempo senza fine nel persempre. Di tanto in tanto ci incontreremo –quando ci piacerà – nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire”. Vola, Palermo.

PALERMO 4-3-1-2 Sirigu; Cassani (86’ Bertolo), Kjaer, Goian, Balzaretti; Migliaccio, Liverani, Nocerino; Pastore, Cavani (55’ Hernandez), Miccoli (78’ Budan)

SAMPDORIA (4-4-2) Storari; Zauri, Gastaldello, Lucchini, Ziegler; Semioli (65’ Guberti), Palombo, Tissone (84’ Poli), Mannini; Pazzini (81’ Pozzi), Cassano

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