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La partita col cagliari risolta in extremis

Catania, all'ultimo respiro


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Il popolo catanese, che non è solo quello dei tifosi che sono una minoranza rumorosa, si apprestava già a passare una mala serata. I musi lunghi, gli sguardi assenti, le spallucce del “tanto non c’è nenti ccchiffari”.

Quelli che vengono allo stadio per caso ma non ne mancano una, e quelli che a casa o nei bar, al circolo o nelle sale-scommesse che oramai pullulano ad ogni angolo fanno finta di sbirciare la partita con la coda dell’occhio: la maggioranza rumorosa e quella silenziosa tutti assieme sono esplosi in un boato liberatorio al 42’36’’ della ripresa così tellurico da essere registrato dai sismografi dell’Istituto di Vulcanologia ed equiparato all’ennesimo boato del vulcano che qui chiamano maestosamente “’a Muntagna”, al punto da risvegliare il povero Polifemo che s’era assopito un attimo negli anfratti prima di riprendere la caccia a quello straniero di nome “Nessuno” che l’aveva accecato nell’unico occhio buono.

E’ accaduto l’impensabile, quasi l’incredibile, l’insperato, l’ineluttabile. Cioè che il nazionale giapponese Takayuki Morimoto inseguisse una palla persa ed inutile che ballonzolava in una zona morta nella metà campo cagliaritana. I difensori sardi manco lo degnavano d’importanza, quel pallone rimbalzante. Ed invece il figlio del Sol Levante ha avuto un’alzata d’ingegno sollevando a sua volta la sfera e rilanciandola a campanile verso la testa del più inutile ed ampolloso giocatore finallora in campo: Jorge Martinez d’improvviso riveste i panni di salvatore della patria di un paio d’anni fa e la schiaccia in rete fra le braccia del volo d’angelo del talentuoso portiere Marchetti Federico.

Come narravano i cronisti di un tipo, e le mitiche voci di Sandro Ciotti ed Enrico Ameri: “il vecchio Cibali esplode”. Ed i musi lunghi si mutarono in sorrisi sgargianti, e le pacche sulle spalle proliferavano, ed il boato si estendeva fino alla piana di Catania ed ai faraglioni di Acitrezza.

E pensare che qualche minuto prima per poco non veniva regalata la palla del sorpasso allo sparviero Alessandro Matri, detto “beddamatri” ogni volta che imperversava nella difesa rossazzurra, il quale ciccava il gentile omaggio di Silvestre.

La prima vittoria del campionato è arrivata ad allietare uno stadio neanche troppo pieno e dal tifo esangue, al punto da non gioire alla notizia del vantaggio del Livorno sul Palermo, e quasi ad applaudire timidamente al sorpasso rosanero. Roba che in altri tempi….Invece prevalgono i calcoli e la strizza, ed essendo i toscani concorrenti diretti per la “salvezza”, ben venga pure la vittoria dei cugini. Mero calcolo, non ci si illuda.

La verità è che questa squadra disegnata dal giovane allenatore Gianluca Atzori fortemente voluto dal direttore tecnico Lo Monaco, è pulitina e sparagnina, precisina ed asfittica. Manca insomma di personalità, di classe e di grinta, di invenzioni ed estro. Come farà a salvarsi chissà. Questo il rovello della tifoseria e degli esperti. Potrebbe riuscirci certo con colpi a sorpresa come quello di oggi, e fidando sulle disgrazie altrui, ma non offre certo di sé l’immagine di sicurezza e compattezza perfino esagerata della corazzata Zenga.

Squadra ordinata e niente più a fronte di un Cagliari dalle diagonali audaci e dal ricamo elegante, che avrebbe potuto far sua la partita nella ripresa, dopo la straordinaria sforbiciata di Dessena Daniele che in chiusura di primo tempo aveva vanificato il vantaggio catanese di Adrian Ricciuti. Due perle nel pantano delle geometrie sterili disegnate da allenatori che puntavano soprattutto a non prenderle. Un quadrilatero perfetto degli elefantini: punizione dell’inconsistente Llama (ma i lama non stanno nel Tibet ?) sulla testa dell’ottimo Potenza che la gira sul piede del Peppe Mascara che la spiattella sul piatto di Ricciuti e gol. Minuto 37.

Ma poco dopo il folletto Cossu al 44’ porge una volèe per Dessena che segna alla Boninsegna e raccoglie, stavolta sì spontaneamente e sinceramente, gli applausi dell’intera platea in piedi.
Scongiuravano gli spettatori del “Cibali-Massimino” che nella ripresa non accadesse come al solito, quando il Catania cala e sperpera quel che di buono semina.

Invece quel che non ti aspetti: nel secondo tempo è L’Elefante ad occupare il campo, a chiudere la micidiale diagonale Cossu-“Beddamatri” e ad avanzare, seppur scompostamente e disordinatamente come i villani della jacquerie contro i compassati nobili del Nord della Francia durante la guerra dei cent’anni. Ma mentre quella rivolta fu poi repressa nel sangue, questi incasinati e sconclusionati assalti, fatti di passaggi sbagliati ed iniziative velleitarie, di trame inconcludenti e ghirigori fini a se stessi, sfiancavano i sardi, paghi forse del pari, oppure stanchi davvero per le energie dei catanesi guidati da Carboni Ezequiel ed Izco Mariano che di palloni ne conquistavano una valanga determinando quel che i tecnici denominano come “superiorità numerica”.

Ma quantità non produceva qualità. La speranza allora è che gira di qua e sparacchia di la’ un gollonzo ci sarebbe pure scappato: vana. Marchetti , universalmente riconosciuto come l’erede del divin Buffon, non ha fatto una sola parata una. Appena una traversa scheggiata da Martinez nel conto dei rossazzurri. Solo quando Atzori s’è deciso a mandare in campo Morimoto, al 56’, un fremito ha scosso la compassata retroguardia sarda. L’incursionista del Sol Levante li ha scompaginati in lungo e largo fino al cross fatale.

Stavolta, nonostante i cinque minuti di recupero sanzionati tra i fischi dal trasvolante arbitro Damato Antonio da Barletta, i tre punti sono stati difesi fino all’ultimo con dignità e senza arretrare le linee. E la navicella rossazzurra ha raggiunto la golena rossoblu.

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