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Il mio pazzo derby


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Premessa: seguo il calcio da una vita ma non sono un tifoso, almeno nel senso più estremo del termine. Non mi piacciono quelli che sull'altare della vittoria a ogni costo sacrificherebbero anche gli affetti più cari, non mi piacciono i cori contro, gli insulti, gli «arbitro cornuto» per definizione, le manfrine in campo, gli ignobili trucchi per recuperare qualche secondo e scippare il risultato. Infine, perdonatemi, non riesco a odiare gli avversari, nemmeno quelli che sventolano bandiere rossazzurre.
Premessa bis: il Palermo non mi piace granché e penso che la classifica sia lo specchio fedele del suo valore. Non siamo né fenomeni, né brocchi. Alterniamo grandi prestazioni e cadute rovinose. Un'altalena fisiologica, che ci colloca nel limbo, nel girone dei senza infamia e senza lode. Proprio dove ci troviamo e dove meritiamo di galleggiare.
Detto questo, passiamo al derby. Un incubo, non c'è dubbio. Ma smettiamola di scomodare la psicanalisi per spiegare la disfatta. Se una squadra gioca e un'altra no, se una ci mette il cuore e l'altra se ne va alle Haway per una vacanza fuori stagione, cosa c'è da aspettarsi? Diciamo la verità: lo 0-4 ci sta tutto. E pazienza se è capitato con il Catania.
Il risultato di una partita di calcio, si sa, è la somma di una serie di fattori e coincidenze: al Catania è andato tutto bene, al Palermo tutto male. Succede. Potremmo elencare una serie infinita di ipotesi: se Bresciano non si fosse fatto cacciare via... se Bizzarri fosse stato chiuso a chiave negli spogliatoi da un seguace di Moggi... se Simplicio e Liverani si fossero vestiti da Maradona... se Rosetti avesse concesso il rigore che non c'era... Beh, può darsi che avremmo visto un altro derby. Ma un altro come? Chi può assicurarci che i gol catanesi, anzichè quattro, non sarebbero stati otto? Non lo sapremo mai. Allora forse è meglio chiudere frettolosamente il capitolo, dimenticare il bilancio profondo rosso di quest'anno - ne abbiamo presi sei senza farne memmeno uno - e così sia. L'importante non è partecipare?
Piuttosto, visto che questo derby è destinato comunque a passare alla storia, proviamo a focalizzarne le immagini più significative. Il settore ospiti vuoto? Un desolante segno dei tempi. L'intervento killer di Bresciano su Morimoto? Una nefandezza, giustamente sanzionata con l'espulsione. Il gol di Mascara? Arte pura, nobile come un verso di Leopardi o un fraseggio di Puccini. La standing ovation tributata dai tifosi palermitani a «topo gigio»? Un gesto di signorilità che supera le barriere del tifo e dell'ostilità precostituita.
Consoliamoci così, meditando riscatto non vendetta, andando con il pensiero alle prossime sfide e con la memoria alle partite epiche dei bei tempi andati. Avete dimenticato quella fantastica domenica del 5-0 con i catanesi che imploravano: «Basta così, per favore»?

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