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Il personaggio rossoblù

Cesar, l'ex galeotto che odia le etichette


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È l’ultimo arrivato in casa Bologna, Cesar Aparecido Rodriguez, noto semplicemente come Cesar. Arrivato con l’etichetta di “uomo di Mancini” e quindi – automaticamente – del nuovo tecnico rossoblù, Sinisa Mihajlovic. Una specie di cocco, insomma, di raccomandato. Epurato dall’Inter quando Mancini è stato cacciato, sedotto e abbandonato (è la sua versione) da certe promesse nerazzurre, per qualche mese senza contratto. E adesso di nuovo in pista, titolare come trequartista di sinistra alle spalle dell’attaccante più avanzato, Marco Di Vaio. Cesar lotta da una vita per liberarsi dalle “etichette”, dai giudizi netti senza appello, ha una voglia di spaccare il mondo che è difficile da descrivere. E a farne le spese rischia di essere il Palermo, se chi giocherà dalle sue parti dovesse sottovalutare l’esterno che da mesi non gioca una gara ufficiale.

Cesar combatte da sempre con il passato che ritorna. Gli sono serviti anni di calcio ad alti livelli, ad esempio, per fare sfumare il suo passato da galeotto, per consegnare ai recessi più bui della memoria collettiva la storiaccia che, giovanissimo, lo condusse dritto dritto in prigione. Adesso è un giocatore famoso, pluriscudettato, anche “atleta di Cristo”, che dà una mano al vecchio amico Sinisa. Ma solo una decina di anni fa era in uno dei peggiori carceri del Brasile, con la matricola 151397, prima alla ventinovesima Villa Diva, poi a Carandiru, una prigione di massima sicurezza dove nel 1993 un centinaio di detenuti furono uccisi dalle forze speciali brasiliane. Un inferno da cui si è riscattato e redento. Un inferno in cui era precipitato per una rapina.

Poco prima che la Lazio lo portasse in Italia, nel 2001, lui era ancora agli arresti domiciliari e gli Stati Uniti gli avevano impedito l’ingresso per giocare una partita con la nazionale brasiliana. Nel 1994 giocava in un piccolo club, la Juventus San Paolo. La società aveva deciso di dividere come premio promozione (dopo il salto nella prima divisione brasiliana) centomila dollari fra i calciatori. Cesar e due complici avevano assalito un dirigente del club, derubandolo di tutto il denaro. Nato a Este, un quartiere povero della megalopoli San Paolo, aveva trovato troppo in fretta un modo per affrancarsi dall’indigenza, altra etichetta mal sopportata. Ma i responsabili della rapina, compreso lui, erano stati arrestati poco dopo. Cesar fu processato, condannato prima alla semilibertà, poi al carcere. Fuori rimasero ad aspettarlo la moglie Denis e il figlio Cesar Henrique. La rinascita nel Sao Caetano, la squadra-favola del Sud America, il Chievo del Brasile, composto da molti “Atleti di Cristo”, che regalavano Bibbie agli avversari. Quella squadra arrivò in finale in Coppa Havelange, battuta solo dal Vasco da Gama di Romario. Cesar fu il grande protagonista della manifestazione, da terzino sinistro con la passione per il gol, che furono quattro alla fine della Coppa.

Mancini e Zaccheroni alla Lazio l’hanno plasmato. Gli hanno tolto, dopo l’etichetta dell’ex galeotto, anche quella del brasiliano bravo ma indisciplinato tatticamente. Hanno fatto leva sulla sua umiltà, sulla voglia di sacrificarsi e di imparare il calcio italiano. Lì, in maglia biancoceleste, Cesar ha dato il meglio di sé, spendendo le sue migliori energie di calciatore. All’Inter l’ha perseguitato qualche guaio fisico, ma non ha mai riallacciato veramente i fili con il suo destino di freccia sulla fascia sinistra. Al Bologna arriva con le scomode etichette di trentaquattrenne venuto a strappare l’ultimo contratto, di amico del mister, forse perfino quella di ex galeotto. Il Palermo tema la sua voglia di stupire e di calpestare i luoghi comuni negativi affastellati sulla sua persona.

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