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Palermo-Genoa: i personaggi

Bovo, Biava & la patria perduta


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Bovo e Biava, cioè, Biava e Bovo. Oppure, mischiando un po’, Bova e Biavo. Per dire che è impossibile raccontare le storie e i personaggi separatamente, stavolta. Tutti e due formano un gioco di parole imprescindibile. Sono attaccati come Gianni e Pinotto, Cip e Ciop, Sella e Cavallo. Cesare & Beppe – è vero - non formano un duo sul campo, né sulle assi di un teatrino dell’avanspettacolo, né tra i meandri della vita. Entrambi rappresentano, però, una coppia di riflesso. Li pensi amalgamati perché nei loro scarpini, pur nella diversità di prati e colori, si rispecchia il bagliore di un identico destino perduto.

C’era una volta Cesare Bovo che giocava nella Roma, la squadra della sua città, il massimo di ogni esistenza possibile per un romano & romanista. Cesarone aveva un grande destino scolpito davanti, di quelle magnifiche sorti che fanno presto a lasciarti con un palmo di naso, mentre ti salutano beffarde nello specchietto retrovisore degli anni. Ottima castagna, splendido senso della posizione. Purtroppo, in quella Roma in difesa c’erano altri padroni di casa: Chivu, Mexes e Kuffour. E lui era un semplice e instabile affittuario della fascia. Così, Cesare mormorò il suo struggente “Ave” alla città eternamente smarrita e avviò un pellegrinaggio per disparati cammini. Palermo, Torino e Genova, sponda rossoblu, l’hanno accolto a braccia aperte, apprezzandone talento e dedizione. L’ultima puntata sulla roulette del calcio mercato l’ha riportato in terra di Sicilia, per dimostrare che l’epopea degli invincibili difensori italiani, ormai rari come i cavalieri Jedi, non è ancora terminata.
C’era una volta Beppe Biava che si era innamorato di Palermo e del Sud da militare, come sovente capita ai padani bergamaschi che qui trovano la forza di sgelare la parte più calda e nascosta del cuore. L’approdo in veste di calciatore rosanero sembrava il sigillo del lieto fine su una storia fantastica, condita dalla gemma di un gol pazzesco di tacco contro la Reggina. Uno di quei gol che si considerano quasi accidentali se a marcarli è un fantaccino della difesa. L’avesse segnato il signor colonnello Ronaldinho….
Il caso è uno sceneggiatore crudele, capace di improvvisare e goloso divoratore di finali allegri. Ecco una serie di prestazioni “poco esaltanti” di Beppino, secondo il manuale del perfetto cronista-pescecane. Ecco la cessione al Genoa. In cambio di chi? Toh, guarda: di Cesare Bovo.
Basterebbe già annusare l’intrico della vicenda, per definire il duo BoBia (BiaBo?) una coppia perfetta nell’incrocio e nella divaricazione dei rispettivi percorsi di vita. C’è soprattutto un ingrediente che unisce, cementa e rende i due mitologicamente inseparabili e speciali in una partita affollatissima di reciproci ex. Bovo e Biava (Biava e Bovo) hanno qualcosa da dimostrare e ci stanno riuscendo alla perfezione, nel rimpianto di una patria perduta. Cesare ha una lisca giallorossa in gola. Beppe indossa la sua vecchia e dolorante pelle rosanero, sotto la maglia gloriosa del Grifone. Bia-Bo non sono due, è un unico amore tradito che ogni volta mette in campo tutto quello che può per tirare un cazzotto ai dadi della sorte, sul muso di chi li separò dal luogo fisico e immaginario in cui erano nati o rinati.
Cesare e Beppe sorridono a stento. Forse si sentono i protagonisti di un film esquimese, con i sottotitoli in gaelico. Extracomunitari col permesso di soggiorno e la licenza di stupire, giammai di restare. Clandestini sbarcati sulle coste di un sogno straniero.

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